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RETE BIOREGIONALE ITALIANA - La pratica del bioreregionalismo e dell'ecologia profonda
 
 
 
 
           
       

La Rete Bioregionale Italiana è ispirata dall'idea di Bioregione: aree omogenee definite dall'interconnessione dei sistemi naturali e dalle comunità viventi che le abitano.
Una bioregione è un insieme di relazioni di cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita.

Qui di seguito i nomi dei primi fra i nuovi referenti tematici della Rete Bioregionale Italiana che a titolo volontario intendono mettere a disposizione di tutti le conoscenze acquisite nel loro percorso di pratica ecologista:

Daniela Spurio - Grafica e fotografa - Impaginatrice dei Quaderni di
Vita Bioregionale - "Viverecongioia Jesi" dhanil@live.it,

Giorgio Vitali, presidente Infoquadri, Referente per il Signoraggio monetario ed aspetti economici correlati. Email.  vitali.giorgio@yahoo.it, - Tel. 393.6542624 

Rita De Angelis ritadeangelis2@alice.it e cell. 3385234247 - ecologia casalinga

Antonella Pedicelli, docente di filosofia, residente a Monterotondo (Sabina Romana)Referente per rapporti con le scuole e interventi formativi di recupero e attenzione verso la cultura bioregionale. Email: hariatmakaurr@gmail.com 

Claudio Martinotti Doria, monferrino, storiografo e ricercatore di storia locale ed economica, saggista, ambientalista libertario e localista. Referente per le Politiche economico ecocompatibili. Email: claudio@gc-colibri.com  tel. 0142487408 - Sito web: http://www.cavalieredimonferrato.it

 Benito Castorina, docente universitario per l'economia agricola e coltivatore di erba vetiver. Referente per l'agricoltura contadina e produzione energetica ecologica. Recapiti: benito.castorina@fastwebnet.it - Tel. 06.8292612 - 338.4603719

Avv. Vittorio Marinelli, presidente di European Consumers,
Via Sirtori, 56, 00149 Roma. Email:
vitmar@tiscali.it - Tel.
348.1317487 - Referente per l'ecologia nei consumi.

Caterina Regazzi
, medico veterinario Referente per il rapporto uomo/animali e zootecnia. Recapiti:
caterinareg@gmail.com – Cell. 333.6023090

Fulvio Di Dio, residente ad Amelia (Terni), funzionario alla Regione
Lazio Assessorato Ambiente
. Email.
fulvio.didio@libero.it - Tel.
329.1244550. Referente per l'ecologia nelle aree urbane.

Manuel Olivares, scrittore e giornalista sociologico esperto in comunità, fondatore della casa editrice “Vivere Altrimenti”. Referente per i rapporti con le comunità, comuni ed ecovillaggi. Recapito: info@viverealtrimenti.com

Sonia Baldoni, esperta di erbe officinali e cure naturali olistiche. Referente per il rapporto con gli elementi della natura e con lo spiritus loci. Recapiti: Cell. 333.7843462 - sachiel8@virgilio.it

Teodoro Margarita, seedsaver, già consigliere federale di Civiltà Contadina e collaboratore della Rete. Referente per l'area comasca, ecovillaggio, ricerca spirituale. Recapito: 031.683431 ore serali.

Stefano Panzarasa, geologo e musicista, Responsabile Ufficio Educazione Ambientale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per l'educazione ambientale ed ecologica. Recapiti: bassavalledeltevere@alice.it  -  blog (cliccare qui sotto): www.orecchioverde.ilcannocchiale.it  tel.. 0774/605084

Lucilla Pavoni, scrittrice e neo contadina. Referente per i rapporti solidali fra esseri umani. Recapiti: lucillapavoni@libero.it – Cell. 338.7073857

Paolo D'Arpini, cercatore spirituale laico e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per le Pubbliche Relazioni. Recapiti: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293 - 0761/587200 


Altri membri e simpatizzanti stanno ancora meditando sul come offrire la propria collaborazione alla comunità bioregionale, se fra i lettori, che si riconoscono nel messaggio dell'ecologia profonda, c'é qualche volontario.. é benvenuto!

Paolo D'Arpini, addetto alle Relazioni Pubbliche per la Rete Bioregionale Italiana

Per aderire alla Rete Bioregionale Italiana é sufficiente sottoscrivere il manifesto fondativo (o carta degli intenti) e di inviare una email di conferma a:  circolo.vegetariano@libero.it

 

 
 
 
 

 
3 giugno 2014

Bioregionalismo come metodo di riassetto amministrativo regionale - Proposta al Governo

Proposta di riforma bioregionale per il riassetto amministrativo e territoriale delle Regioni, delle aree metropolitane, dei piccoli comuni e degli ambienti naturali

 


Negli ultimi anni è andata maturando una coscienza ecologica e sociale, una considerazione delle diverse necessità delle varie realtà urbane e suburbane, che richiede una revisione generale degli attuali modelli e confini regionali. 

Tanto per cominciare esiste la realtà dei grandi agglomerati metropolitani, come ad esempio Roma, Milano, Napoli, etc. ed esiste poi la realtà delle piccole città, dei villaggi e del territorio agricolo e boschivo. Va da sé che l’amministrazione  di entità che manifestano differenze così sostanziali non può essere gestita in modo “centralistico”, che altrimenti gli interessi dei grossi agglomerati porterebbe alla fagocitazione e rovina dei centri meno popolosi ed al loro snaturamento. Anche l'istituzione delle cosiddette "Aree vaste", per una collaborazione intercomunale nei servizi, etc., non aiuterebbe il mantenimento dell'identità locale se non corroborata dall'esigenza primaria della conservazione dell'habitat e delle risorse naturali.

In Europa già da tempo si sta attuando una politica “decentrativa” separando l’amministrazione delle grandi città da quella del territorio extraurbano. Ad esempio vedasi Parigi oppure Monaco di Baviera, entrambe definite “Città Regione” indipendenti dal resto del territorio.

In italia se osserviamo la situazione amministrativa del Lazio, vediamo che l’ente Roma Capitale  è solo un'operazione d'inglobamento delle realtà rurali limitrofe con
 accorpamento del territorio provinciale. Secondo il criterio bioregionale da noi proposto, invece,  Roma ed una ristretta area metropolitana dovrebbe assurgere allo status di Città Regione.  



Ed a quel punto non vi sarebbe nulla di strano nello scorporare l’amministrazione regionale in due enti: Roma Capitale e Lazio storico. Se ciò avvenisse, come avrebbe dovuto già avvenire, questo riaggiustamento  sarebbe un buon sistema di rivalutazione  per il territorio e per le piccole comunità. 

L'attuale perimetrazione del Lazio, ricordiamolo, è il risultato di un ragionamento politico accentrativo (attuato subito dopo l'unità d'Italia e successivamente durante il fascismo) il cui risultato fu lo smembramento delle realtà amministrative preesistenti. Ovvero la Tuscia storica  fu smembrata fra la Toscana ed il Lazio, e qui ancora  separata in Tuscia viterbese e Tuscia romana. Altrettanto accadde con i centri della Sabina, con Rieti tolta all'Umbria e con diversi altri centri inseriti nella provincia romana  e così pure avvenne nella Ciociaria, suddivisa fra Roma e Frosinone, e nella provincia di Latina creata ex novo in seguito alla bonifica pontina ed integrata da territori dell'ex Regno di Napoli.

A ben guardare, l'identità bioregionale di Roma Capitale ed area metropolitana, in senso stretto, dovrebbe corrispondere ai limiti dell’espansione urbana e adiacenze. Poiché è ovvio che le realtà civiche periferiche della attuale provincia di Roma andrebbero  restituite ai loro ambiti originari, anche per un riequilibrio nel numero degli abitanti. Altrimenti, se tale operazione di riequilibrio non fosse attuata, la città metropolitana di Roma, compresa negli attuali confini della sua provincia, raggrupperebbe oltre i quattro quinti dei residenti totali nel Lazio.

Le considerazioni qui esposte sul riassetto territoriale andrebbero parimenti tenute in conto per tutte le altre regioni, soprattutto quelle che hanno al loro interno grandi città metropolitane.

Mi appello perciò al  presidente del Consiglio, Matteo Renzi, affinché, in vista delle  riforme da lui auspicate, tenga in esame questo metodo di sistemazione bioregionale della penisola, altamente necessario per un buona amministrazione locale e per il mantenimento di  una identità locale condivisa.

Paolo D’Arpini  - Referente Rete Bioregionale Italiana
Via Mazzini, 27 - Treia (Mc) - Tel. 0733/216293



Questa proposta viene inviata ai parlamentari della Repubblica Italiana e verrà anche discussa durante il prossimo Incontro Collettivo Ecologista della Rete Bioregionale Italiana che si tiene a Montesilvano (Pe) il 21 e 22 giugno 2014.

 


27 marzo 2014

..ia... La fine dell'Italia, proclamata dal rottamatore

L’Italia è rottamata…. grazie a “renzie”, in arte Matteo Renzi il rottamatore….

 
L’Italia è morta, viva l'Italia. 

Il rottamatore riesce nell’impresa. Finalmente renzie si può fregiare a pieno titolo del nomignolo che sin dall’inizio della sua carriera nefanda gli è stato affibbiato, quello di “rottamatore”. Sì, ora se lo merita senza ombra di dubbio, è riuscito a compiere l’opera per la quale è stato inviato. Facendo ricorso alla fiducia, il senato ha approvato un testo che di fatto trasforma le province in «enti territoriali di area vasta» affidandone le funzioni alle «città metropolitane».
L’Italia è sfranta… rottamata! Basta bene comune, basta identità locale, basta senso della comunità, basta tradizioni culturali…. diventiamo tutti cosmopolitani. Insomma la dismissione delle province ha dato il colpo finale all’italianità. Abbattere le province non giova e non serve a nulla dal punto di vista del risparmio economico e dell’efficienza amministrativa. Le province sono un legante necessario fra i comuni che si identificano in un determinato luogo, con un proprio capoluogo riconosciuto.
Avrebbe dovuto eliminare i carrozzoni del sottogoverno e fonte di spese abnormi, zavorra istituzionale in contrapposizione allo Stato, trattandosi di staterelli nello Stato: le regioni. Le regioni sono il vero male dell’Italia, la fonte di ogni corruzione e dell’esaustione di ogni socialità comunitaria. Le regioni costituite a tavolino che non rappresentano l’identità bioregionale dei luoghi. Le regioni che prese una per una costano ciascuna come un governo centrale. Le regioni che soddisfano i bisogni della mafia e dell’individualismo pecoreccio della politica, quello dei posti al vertice gestionale sul territorio.
Piango su me stesso e sulla povera Italia. Purtroppo. Piango su me stesso perché ho votato alle primarie del PD per renzie segretario, nella tenue speranza che potesse sanare gli errori della obsoleta e stantia classe dirigente dalemiana. Piango per le piccole comunità che si definivano “in provincia di..”. Che ora non avranno più nome né forma. Saranno come il “genitore 1 e genitore 2” che non significano nulla, che possono essere maschio femmina gay transgender alieno animale zombie golem. Fine dell’umanità e fine dell’italianità…..
Infine renzie può rappresentare la vera faccia ghignante di cui si è fatto portatore: rottamatore.

Paolo D’Arpini
Referente Rete Bioregionale Italiana


11 novembre 2012

Bioregionalismo e politica amministrativa

No alla distruzione del tessuto bioregionale, rappresentato dalle Province, e sì alla cancellazione di mini-stati spuri, ovvero le Regioni

 


Paolo D'Arpini: "Ci sentite... sì o no?"


Leggo su vari giornali di lotte all'ultimo sangue scatenatesi tra Province contigue in seguito al progetto  del  governo di Mario Monti (al quale mi ero già rivolto per sottolineare quanto qui sotto espresso). 

Ad esempio qui nelle Marche il problema è grave, si rischia la cancellazione di Macerata e Fermo e forse pure di Pesaro Urbino, insomma un vero casino.  Così l'identità locale è messa a serio rischio ed a che pro? Questa scelta dell'accorpamento e dell'eliminazione di alcune province non aiuta "la comunità"  riesce solo a creare caos ed ulteriore malcontento nella popolazione. 

Questa mossa governativa contro le Province non è assolutamente  "utile". Questa decisione, portata avanti con la scusa del riordino e dell'ottimizzazione amministrativa, è secondo me solo un modo per alienare ulteriormente la società civile dalle istituzioni. Ma tale legge  si propone come "migliorativa" e in funzione di un ipotetico risparmio... Ma corrisponde ciò al reale interesse del popolo e dell'habitat? Va realmente a vantaggio delle comunità locali o privilegia solo i grandi agglomerati urbani?

Veramente sul tema del riordino amministrativo territoriale, in chiave bioregionale, me ne sono occupato da parecchi anni. Soprattutto da quando è nata la Comunità Europea che si configura come un "superstato" ed in questo contesto è necessario restituire dignità e salvaguardare i diritti delle piccole comunità locali.

Il bioregionalismo infatti si riconosce massimamente nelle identità locali e queste possono essere individuate solo nell’ambito municipale e provinciale, che  è  il territorio in cui una città di solito irradia la sua influenza culturale. Tra l’altro in Italia le Regioni, impostate e studiate a tavolino, si pongono come stati antagonisti sia per lo Stato Italiano che per l’Europa stessa, che faticosamente sta cercando di trovare una identità politica condivisa.


Se degli Enti inutili vanno eliminati, molto meglio abolire le Regioni, mini-stati all’interno dello Stato, che nemmeno rappresentano interessi di omogeneità culturale e bioregionale ma solo interessi di gestione economica e partitica.

Ed ora un inciso culturale sulle origini della civiltà europea. Le radici culturali europee  non sono solo romane e greche ma molto più antiche.. e ciò è stato dimostrato ampiamente dalle ricerche compiute nell’Europa centrale dalla archeologa Maria Gimbutas. La lingua madre definisce il significato di Eu-ropa in "dalla larga faccia" ovvero la dea del plenilunio. In queste arcaiche origini matristiche tutte le genti d’Europa sono cresciute mantenendo un’identità collettiva diffusa pur nella libertà ed autonomia dei vari nuclei, oggi appunto rappresentati dalle città e dagli ambiti provinciali.

Il bioregionalismo, riportando in auge sia il rispetto della vita in termini di ecologia profonda sia il riconoscimento dell’identità locale è l’unico metodo che possa garantire equanime distribuzione e pari dignità alle diverse sfaccettature degli abitanti della Comunità Europea. 

Quindi L’Europa, politicamente unita, andrebbe suddivisa in ambiti Provinciali Bioregionali e non in Regioni, che per loro natura tendono ad essere separative e indifferenti agli interessi delle comunità locali (dovendo infatti difendere la loro strutturazione spuria ed anomala rispetto alla identità bioregionale). 

Quindi sì al mantenimento di tutte le Province  e cancellazione immediata delle Regioni, carrozzoni dispendiosi e inutili  e ricettacoli di malgoverno e corruzione.

Paolo D'Arpini
Referente della Rete Bioregionale Italiana 

Via Sacchette 15/a - Treia (Macerata)
Tel. 0733/216293


18 ottobre 2012

Bioregionalismo per il riassetto politico territoriale

Bioregionalismo per il riassetto del territorio nazionale – Eliminare le Regioni e istituire le Province omogenee bioregionali

 

Indicazioni bioregionali di Paolo D'Arpini


 


 
L’Italia è densa di Storia, d’arte e di bellezze naturali, certo, ma come estensione è un piccolo Stato, con i suoi 301 mila chilometri quadrati. Ed ha una capitale che è situata al centro esatto del suo territorio, e perciò facilmente raggiungibile da tutti i punti della Penisola in poche ore con qualunque mezzo, dall’aereo alla carrozza a cavalli. Che bisogno c’era di spezzettarla in tanti sotto-Stati, le cosiddette “Regioni” che mai sono stati davvero nel cuore e nella Storia degli Italiani, che sono sempre stati più municipalisti che regionalisti? Senza contare che le nostre regioni non corrispondono neanche a precise realtà geografiche e neanche storiche.
L’Italia è piccolissima che bisogno c’era di spezzettarla ancora di più in tanti mini-Stati. Ed abbiamo visto le conseguenze, con l’egoismo campanilista e le devastazioni fatte a livello regionale. Senza contare i deficit, le spese pazze, la corruzione, etc. L’Italia continuando in questo modo rischia l’anarchia e vediamo che ogni Regione spende senza limiti come uno Stato sovrano.
Ed è proprio attraverso la “statizzazione” delle Regioni che un ipotetico federalismo prossimo venturo potrebbe fare, ed ha già fatto, ulteriori gravi danni separando ancora di più gli Italiani tra loro e distruggendo l’Italia, già piccolissima di per sé, come Stato. Senza contare che le scelte della piccola e poco rilevante Italia in politica o commercio internazionale potrebbero essere ancor più ridotte, o addirittura contraddette o vanificate dalle scelte particolari delle singole Regioni. Senza contare gli sprechi enormi (pensiamo solo ai deficit regionali nella sanità e nell’ambiente, o alle assurde rappresentanze a Roma o addirittura all’estero).
Insomma, spese pazze, clientele, inefficienza per tutte le regioni italiane, e ancor più per quelle privilegiate come “Regioni a statuto speciale” (Sicilia, Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige). E ormai il virus parassitario dello strombazzato “regionalismo federale su base etnica” si è diffuso dal nord al sud, portando ulteriori divisioni e danni al contesto sociale ed all’identità nazionale.
Dal punto di vista della comunità i cittadini si riconoscono più facilmente nella identità bioregionale, provinciale e comunale, raramente nella Regione. Il motivo è ovvio, la storia e la cultura in Italia hanno sempre privilegiato le comunità ristrette a partire dai Comuni sino all’ambito in cui un Comune solitamente si irradia ovvero la Provincia. Al contrario le Regioni sono state create a tavolino subito appresso l’unità d’Italia e molto spesso non rispecchiano gli ambiti di appartenenza culturale e geografica che questi territori ebbero in passato, ed il passato è presente… non è qualcosa che sparisce.
Prendiamo l’esempio della Regione Lazio, riaggiustata durante il fascismo, togliendo all’Umbria (Rieti), togliendo alla Tuscia (alta Tuscia passata all’Umbria, Orvieto), togliendo al Regno delle Due Sicilie (Formia, etc.), riaggiustando il Frusinate ed altro ancora… Inoltre la Regione Lazio, come ogni altra Regione, nel suo governo è partigiana, ovvero cura gli interessi “democratici” degli abitanti della sola Roma, le scelte sono sempre a favore degli interessi della città. Ad esempio Roma raggruppa in sé i 4/5 degli abitanti del Lazio, il che significa che tutte le scelte amministrative regionali tendono a soddisfare gli interessi di Roma. In conseguenza di ciò il territorio delle Province storiche del Lazio è negletto ed utilizzato esclusivamente per ubicarvi gli scomodi servizi della città, il territorio delle Province è come una colonia rispetto alla madrepatria. In tal modo la grande Roma non riuscirà mai ad adattarsi al territorio osmoticamente ma continuerà a gettarvi i suoi rifiuti, a creare strutture inquinanti, a mantenere sottosviluppate e mal collegate le componenti territoriali circostanti. Quanto detto per il Lazio vale, ovviamente anche per tutte le altre Regioni: Lombardia, Campania, etc. ove risiedono grandi agglomerati urbani.
Tra l’altro, a livello di responsabilizzazione e di identità sarebbe necessario che ogni area metropolitana fosse riconosciuta come “bioregione metropolitana” comprendendo ad esempio per Roma, la città e la banlieu sino ad incorporare una parte della attuale Provincia di Roma, non tutta ovviamente poiché sappiamo bene che la Provincia di Roma è stata ingrandita smisuratamente durante il fascismo rubando territorio alla Sabina, alla Tuscia, all’Agro Pontino, alla Ciociaria, con l’evidente scopo di “servire” ai bisogni di “grandeur” dell’Urbe.
Quel che vale per Roma vale anche per tutte le altre aree metropolitane: Milano, Napoli, Torino, etc. che debbono essere autonome dal punto di vista amministrativo e gestionale.
Visto che l’Europa sta diventando sempre più una realtà politica oltre che amministrativa è sicuramente più logico studiare degli ambiti territoriali che rispecchino un’identità “bioregionale” e questi ambiti possono essere rappresentati esclusivamente dalle Province o al massimo da agglomerati uniformi (come ad esempio la Tuscia con Viterbo, Civitavecchia ed Orvieto).
Quindi andrebbero rivisti sia i confini che le competenze delle Province, e non eliminate o accorpate senza costrutto identitario. L’ambito bioregionale comunale e provinciale in cui la comunità può rispecchiarsi è una base aggregativa sociale ed amministrativa del territorio. Allo stesso tempo andrebbero eliminate le Regioni, carrozzoni inutili e fuorvianti dal punto di vista dell’integrità ecologica, geografica e storica.
Sono le Regioni a farci perdere più soldi e a fare i danni maggiori. Oggi hanno tutto in mano: dalla sanità all’ambiente. E infatti il marcio è lì, non nelle Province.
Insomma abbiamo di fronte 2 enti locali, il primo -la Regione- “politicamente utile” ma corrotto, anzi fonte di corruzione per l’intera vita politica e sociale. Il secondo -la Provincia-, attualmente definito inutile che “non” è fonte di corruzione, e comunque sarebbe un Ente che ristrutturato su base di omogeneità ambientale e sociale potrebbe dimostrarsi molto più vicino ai reali bisogni dei cittadini e dell’ambiente.
Questo il primo obiettivo per moralizzare l’Italia.

Paolo D’Arpini

Rete Bioregionale Italiana 


17 giugno 2011

Bioregionalismo d'assalto... amministrativo

Bioregionalismo d'assalto.. Chiudere le Regioni ed aprire i Comuni e le Province

 
Nico Valerio (e Paolo D’Arpini) – Ecco come risparmiare sulla cosa pubblica: “Ritornare in Comune ed in Provincia.. abbandonando la Regione..”
 

L’Italia è densa di Storia, d’arte e di bellezze naturali, certo, ma come estensione è un piccolo Stato. Con i suoi 301 mila chilometri quadrati è simile, anzi un poco più piccola, al New Mexico (capitale Santa Fe’, Usa). Ed ha una capitale che è situata al centro esatto del suo territorio, e perciò facilmente raggiungibile da tutti i punti della Penisola in poche ore con qualunque mezzo, dall’aereo alla carrozza a cavalli. Che bisogno c’era di spezzettarla in tanti sotto-Stati, le cosiddette “Regioni” che mai sono stati davvero nel cuore e nella Storia degli Italiani, che sono sempre stati più municipalisti che regionalisti? Senza contare che le nostre regioni non corrispondono neanche a precise realtà geografiche e neanche storiche.

Infatti non corrispondono mai ai vecchi Stati pre-unitari spazzati via, per fortuna, dal Risorgimento. E allora, perché? A che servono?
I liberali, ricordo benissimo, erano contrarissimi alle Regioni. L’Italia è piccolissima, dicevano, che bisogno c’è? E sarebbe assurdo, incalzavano, spezzettarla ancora di più in tanti quasi-Stati. Non possiamo fare la scimmiottatura degli “States” in un territorio che equivale ad un loro piccolo Stato. E avevano ragione da vendere. Conoscendo il carattere e la storia degli Italiani, campanilisti fin dal Medio Evo, si rischierebbe l’anarchia, e ognuna spenderebbe senza limiti come uno Stato sovrano. Infatti le tendenze naturali di un popolo anarchico vanno temperate, non favorite.

Ed è proprio attraverso la “statizzazione” delle Regioni che il federalismo prossimo venturo potrebbe fare gravi danni separando ancora di più gli Italiani tra loro e distruggendo l’Italia, già piccolissima di per sé, come Stato.
Senza contare che le scelte della piccola e poco rilevante Italia in politica o commercio internazionale potrebbero essere ancor più ridotte, o addirittura contraddette o vanificate dalle scelte particolari delle singole Regioni. Tutte cose che puntualmente si sono verificate, commenta Paolo D’Arpini.

Senza contare gli sprechi enormi (pensiamo solo ai definit regionali nella sanità e nell’ambiente, o alle assurde rappresentanze a Roma o addirittura all’estero).
Insomma, spese pazze, clientele, inefficienza per tutte le regioni italiane, e ancor più per quelle privilegiate come “Regioni a statuto speciale” (Sicilia, Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige). E ormai il virus parassitario della Lega si è diffuso: le sciocchezze di quegli ignorantoni e paesani vengono ripetute e prese sul serio.

Ma così prosegue D’Arpini: “Dal punto di vista della comunità i cittadini si riconoscono più facilmente nella identità provinciale e raramente nell’ambito regionale. Il motivo è ovvio, la storia e la cultura in Italia hanno sempre privilegiato le comunità ristrette a partire dai Comuni sino all’ambito in cui un Comune solitamente si irradia ovvero la Provincia. Al contrario le Regioni sono state create a tavolino subito appresso l’unità d’Italia e molto spesso non rispecchiano gli ambiti di appartenenza culturale e geografica che questi territori ebbero in passato, ed il passato è presente… non è qualcosa che sparisce.
“Prendiamo l’esempio della Regione Lazio, riaggiustata durante il fascismo, togliendo all’Umbria (Rieti), togliendo alla Tuscia (alta Tuscia passata all’Umbria, Orvieto), togliendo al Regno delle Due Sicilie (Formia, etc.), riaggiustando il Frusinate ed altro ancora… Inoltre la Regione Lazio, come ogni altra Regione, nel suo governo è partigiana, ovvero cura gli interessi “democratici” degli abitanti della sola Roma, le scelte sono sempre a favore degli interessi della città. Ad esempio Roma raggruppa in sé i 4/5 degli abitanti del Lazio, il che significa che tutte le scelte amministrative regionali tendono a soddisfare gli interessi di Roma.

In conseguenza di ciò il territorio delle Province storiche del Lazio è negletto ed utilizzato esclusivamente per ubicarvi gli scomodi servizi della città, il territorio delle Province è come una colonia rispetto alla madrepatria. In tal modo la grande Roma non riuscirà mai ad adattarsi al territorio osmoticamente ma continuerà a gettarvi i suoi rifiuti, a creare strutture inquinanti, a mantenere sottosviluppate e mal collegate le componenti territoriali circostanti. Quanto detto per il Lazio vale, ovviamente anche per tutte le altre Regioni: Lombardia, Campania, etc. ove risiedono grandi agglomerati urbani.

“Visto che l’Europa sta diventando sempre più una realtà politica oltre che amministrativa è sicuramente più logico studiare degli ambiti territoriali che rispecchino un’identità “bioregionale” e questi ambiti possono essere rappresentati esclusivamente dalle Province (al massimo da agglomerati uniformi come ad esempio la Tuscia con Viterbo, Civitavecchia ed Orvieto). Quindi andrebbero ristrutturate in termini bioregionali le Province, come base aggregativa ed amministrativa del territorio ed eliminate invece le Regioni, carrozzoni inutili e fuorvianti dal punto di vista dell’integrità ecologica, geografica e storica”.

Nico Valerio
(Fonte: Salon Voltaire)

......

Nota Aggiunta:
La gran parte dell’articolo è una lunghissima citazione di Paolo D’Arpini. L’ho citata perché originale e perché colpisce nel segno. Se è vero – come giustamente ricordi – che le Province sono spesso realtà amministrative artificiali (il Fascismo le ingrandì o rimpicciolì a piacer suo), ammetterai che sono le Regioni a farci perdere più soldi e a fare i danni maggiori. Oggi hanno tutto in mano: dalla sanità all’ambiente. E infatti il marcio è lì, non nelle Province. Queste ultime sono “solo” inutili: ricordo che lo sentivo dire già da adolescente giovane liberale, prima ancora di andare dai radicali.

Insomma abbiamo di fronte 2 enti locali, il primo (la Regione) “utile” ma corrotto, anzi fonte di corruzione per l’intera vita politica e sociale. Il secondo (la Provincia, inutile, ma talmente inutile che “non” è fonte di corruzione, ma semmai uno spreco, un piccolo spreco. Piccolo rispetto all’enorme spreco della Regione. Che fare?

Siamo sicuri che in un Paese molto piccolo come l’Italia, lo Stato e i Comuni non basterebbero? O almeno lo Stato e i Consorzi di Comuni, ma a costo zero?

Non ne posso più delle Regioni. Sono il vero male dell’Italia. Voglio cacciare i consiglieri regionali. i loro portaborse e la pletorica e super-pagata burocrazia inutile in Sicilia, Alto Adige-Trentino, Sardegna, Val d’Aosta, Campania ecc.
Questo il primo obiettivo per moralizzare l’Italia a costo zero.
Bravo D’Arpini che mi ha dato l’idea.
(N.V.)



 

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