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RETE BIOREGIONALE ITALIANA - La pratica del bioreregionalismo e dell'ecologia profonda
 
 
 
 
           
       

La Rete Bioregionale Italiana è ispirata dall'idea di Bioregione: aree omogenee definite dall'interconnessione dei sistemi naturali e dalle comunità viventi che le abitano.
Una bioregione è un insieme di relazioni di cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita.

Qui di seguito i nomi dei primi fra i nuovi referenti tematici della Rete Bioregionale Italiana che a titolo volontario intendono mettere a disposizione di tutti le conoscenze acquisite nel loro percorso di pratica ecologista:

Daniela Spurio - Grafica e fotografa - Impaginatrice dei Quaderni di
Vita Bioregionale - "Viverecongioia Jesi" dhanil@live.it,

Giorgio Vitali, presidente Infoquadri, Referente per il Signoraggio monetario ed aspetti economici correlati. Email.  vitali.giorgio@yahoo.it, - Tel. 393.6542624 

Rita De Angelis ritadeangelis2@alice.it e cell. 3385234247 - ecologia casalinga

Antonella Pedicelli, docente di filosofia, residente a Monterotondo (Sabina Romana)Referente per rapporti con le scuole e interventi formativi di recupero e attenzione verso la cultura bioregionale. Email: hariatmakaurr@gmail.com 

Claudio Martinotti Doria, monferrino, storiografo e ricercatore di storia locale ed economica, saggista, ambientalista libertario e localista. Referente per le Politiche economico ecocompatibili. Email: claudio@gc-colibri.com  tel. 0142487408 - Sito web: http://www.cavalieredimonferrato.it

 Benito Castorina, docente universitario per l'economia agricola e coltivatore di erba vetiver. Referente per l'agricoltura contadina e produzione energetica ecologica. Recapiti: benito.castorina@fastwebnet.it - Tel. 06.8292612 - 338.4603719

Avv. Vittorio Marinelli, presidente di European Consumers,
Via Sirtori, 56, 00149 Roma. Email:
vitmar@tiscali.it - Tel.
348.1317487 - Referente per l'ecologia nei consumi.

Caterina Regazzi
, medico veterinario Referente per il rapporto uomo/animali e zootecnia. Recapiti:
caterinareg@gmail.com – Cell. 333.6023090

Fulvio Di Dio, residente ad Amelia (Terni), funzionario alla Regione
Lazio Assessorato Ambiente
. Email.
fulvio.didio@libero.it - Tel.
329.1244550. Referente per l'ecologia nelle aree urbane.

Manuel Olivares, scrittore e giornalista sociologico esperto in comunità, fondatore della casa editrice “Vivere Altrimenti”. Referente per i rapporti con le comunità, comuni ed ecovillaggi. Recapito: info@viverealtrimenti.com

Sonia Baldoni, esperta di erbe officinali e cure naturali olistiche. Referente per il rapporto con gli elementi della natura e con lo spiritus loci. Recapiti: Cell. 333.7843462 - sachiel8@virgilio.it

Teodoro Margarita, seedsaver, già consigliere federale di Civiltà Contadina e collaboratore della Rete. Referente per l'area comasca, ecovillaggio, ricerca spirituale. Recapito: 031.683431 ore serali.

Stefano Panzarasa, geologo e musicista, Responsabile Ufficio Educazione Ambientale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per l'educazione ambientale ed ecologica. Recapiti: bassavalledeltevere@alice.it  -  blog (cliccare qui sotto): www.orecchioverde.ilcannocchiale.it  tel.. 0774/605084

Lucilla Pavoni, scrittrice e neo contadina. Referente per i rapporti solidali fra esseri umani. Recapiti: lucillapavoni@libero.it – Cell. 338.7073857

Paolo D'Arpini, cercatore spirituale laico e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per le Pubbliche Relazioni. Recapiti: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293 - 0761/587200 


Altri membri e simpatizzanti stanno ancora meditando sul come offrire la propria collaborazione alla comunità bioregionale, se fra i lettori, che si riconoscono nel messaggio dell'ecologia profonda, c'é qualche volontario.. é benvenuto!

Paolo D'Arpini, addetto alle Relazioni Pubbliche per la Rete Bioregionale Italiana

Per aderire alla Rete Bioregionale Italiana é sufficiente sottoscrivere il manifesto fondativo (o carta degli intenti) e di inviare una email di conferma a:  circolo.vegetariano@libero.it

 

 
 
 
 

 
17 novembre 2010

Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare - Per un’agricoltura a bassa intensità energetica

 

Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare - Per un’agricoltura a bassa intensità energetica


Tutti gli ecosistemi terrestri utilizzano l’energia che ha origine dalla radiazione solare e che viene in parte trasformata in sostanza organica grazie alla fotosintesi. Anche l’uomo, quando diecimila anni fa, con la rivoluzione neolitica, ha cominciato a coltivare la terra e allevare gli animali, ha prodotto cibo sfruttando questo flusso di energia. Le calorie contenute nei vegetali e nei prodotti animali derivano quasi esclusivamente dall’energia solare, salvo l’energia umana e animale utilizzata per il lavoro dei campi (comunque garantita dal cibo così prodotto). Grazie all’agricoltura la popolazione umana è cresciuta al punto di dover sostituire a boschi e foreste campi coltivati e pascoli, eliminando ogni competitore e appropriandosi di sempre maggiori quote dell’energia solare disponibile sul pianeta.

Dopo la rivoluzione industriale, si cercò non solo di aumentare la superficie coltivata, ma anche di accrescerne la resa produttiva, impiegando altre fonti di energia oltre quella solare.

La recente “Rivoluzione verde”, iniziata negli anni ‘60, ha comportato, oltre a un forte incremento di produttività, anche un notevole aumento di energia impiegata in agricoltura. Questa energia aggiuntiva non proveniva da un aumento della luce solare disponibile, ma era fornita dai combustibili fossili sotto forma di fertilizzanti (gas naturale, principale materia prima per la produzione di urea), pesticidi ed energia per i processi dell’agrochimica (petrolio) e irrigazione alimentata da idrocarburi.

Secondo GIAMPIETRO e PIMENTEL (1) la Rivoluzione verde ha aumentato in media di 50 volte il flusso di energia rispetto all’agricoltura tradizionale e nel sistema alimantare degli Stati Uniti sono necessarie fino a 10 calorie di energia per produrre una caloria di cibo consegnato al consumatore. Questo comprende, oltre ai prodotti chimici e all’uso di macchinari agricoli, anche i consumi di confezionamento e di trasporto (ma esclude la cottura domestica). Ciò significa che il sistema alimentare statunitense consuma dieci volte più energia di quanta ne produca sotto forma di cibo o, se si vuole, che utilizza più energia fossile di quella che deriva dalla radiazione solare.

Considerando solo la produzione dei fertilizzanti, va detto che servono circa due tonnellate di petrolio (in energia) per produrre e spargere una tonnellata di concime azotato: gli Stati Uniti in un anno consumano quasi 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti e ciò corrisponde a poco meno di cento milioni di barili di petrolio.

Anche in Italia, secondo una ricerca dell’ENEA compiuta nel 1978-1979 (2), tenendo conto del rendimento energetico relativo alla sola produzione, risultò che il rapporto tra l’energia ricavata dal raccolto (output) e l’energia necessaria a produrre il medesimo raccolto (input) era in molti casi inferiore ad uno ed è ragionevole pensare che tale rapporto sia peggiorato nel corso degli ultimi 25 anni.

Un dato interessante emerso dagli studi sui rendimenti enrgetici in agricoltura è che il sistema agricolo di gran lunga più efficiente sembra essere l’agricoltura tradizionale, come ad esempio quella vietnamita, che può vantare un rendimento da 1 a 10: spende cioè una caloria energetica per ottenere dieci calorie alimentari, facendo a meno di macchine e concimi chimici.

Questi dati dimostrano anche che la superficie destinata all’agricoltura industializzata non solo non è in grado di assorbire la CO2 come potrebbe farlo un equivalente bosco o prato o campo coltivato con metodi tradizionali, ma anzi produce più CO2 di quanta possa assorbire.

Dovendo far fronte, da un lato, a una popolazione mondiale rilevante che ha bisogno di cibo, e dall’altro a disponibilità sempre minori di fonti fossili, che comunque inquinano e comportano il rischio di cambiamenti climatici, l’agricoltura dovrebbe evolversi verso sistemi meno insostenibili che:

· migliorino l’efficienza energetica (ad esempio, l’agricoltura biologica usa l’energia in modo molto più efficiente e riduce notevolmente le emissioni di CO2);

· utilizzino fertilizzanti di origine organica (l’agricoltura biologica ristabilisce la materia organica del suolo, aumentando la quantità di carbonio sequestrato nel terreno, quindi sottraendo significative quantità dello stesso dall’atmosfera);

· impieghino fonti energetiche rinnovabili e riducano la distanza tra produzione e consumo (filiera corta).

2. La novità del Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare

Ecco allora l’importanza di orientarci verso i concetti proposti con forza nel “Manifesto sul cambiamento climatico e il futuro della sicurezza alimentare” (3), pubblicato a luglio 2008 da parte della Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura, iniziativa congiunta del Presidente della Regione Toscana e di un gruppo di leader della società civile, di accademici e di rappresentanti governativi (4).

Questi temi fra loro interconnessi sono anche l’oggetto della prossima conferenza delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare, il cambiamento climatico e i biocarburanti.

Le notizie che giornalmente ci giungono sulle rivolte per il cibo che sempre di più si sviluppano in tutto il mondo dimostrano il fallimento delle politiche agricole e alimentari degli ultimi decenni e il bisogno urgente di passare a politiche che difendano il diritto delle persone al cibo attraverso la promozione di modelli alimentari ecologici e locali, che riducono gli impatti distruttivi sull’ambiente e allo stesso tempo incrementano la disponibilità di diverse fonti alimentari e nutritive. Il documento dimostra che le attuali politiche commerciali ed economiche impongono un sistema alimentare e agricolo ad alta intensità energetica che è direttamente contrario non solo alla sicurezza alimentare e all’imperativo ecologico del pianeta, ma anche agli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite e dai governi riguardo alle emissioni di gas serra.

Il Manifesto afferma che il sistema alimentare industriale e globalizzato è un responsabile di primo piano del cambiamento climatico, contribuendo con almeno il 25 per cento del totale delle emissioni di gas serra; allo stesso tempo l’attuale sistema alimentare è anche estremamente vulnerabile al cambiamento climatico. Praticamente ogni angolo del pianeta è già stato toccato dai drammatici cambiamenti meteorologici che hanno danneggiato la produzione agricola e la distribuzione del cibo.

Eppure, i Governi non stanno ancora completamente integrando la contraddizione con la promozione di un sistema alimentare industriale e basato sui combustibili fossili che crea insicurezza alimentare, energetica e climatica. Il documento della Commissione fa una sintesi della ricerca scientifica interdisciplinare che stabilisce come l’agricoltura ecologica e biologica sia una soluzione vitale sia per la mitigazione del cambiamento climatico che per l’adattamento ad esso, nonché per assicurare a tutti la sicurezza alimentare.

Il Manifesto illustra, inoltre, le transizioni necessarie per assicurare cibo a tutti e allo stesso tempo proteggere il nostro fragile pianeta; lancia quindi un appello perché i sistemi alimentari siano parte integrante della discussione su clima ed energia nei negoziati attualmente in corso sul clima. Infine, vengono esplorate alcune delle false soluzioni agricole che sono proposte nel nome dell’energia “pulita” o “verde”- leggi organismi geneticamente modificati (OGM) e produzione su larga scala di biocarburanti. E, cosa più importante di tutte, dimostra che i sistemi alimentari biologici sono una soluzione reale agli attuali problemi climatici in termini di mitigazione e adattamento e una transizione energetica verso un’era post carburanti fossili.

2.1. I princìpi del Manifesto

Il Manifesto costituisce dunque una risposta agro-ecologica alle sfide lanciate dal cambiamento climatico per assicurare il futuro della sicurezza alimentare attraverso la mitigazione, l’adattamento e l’equità. Esso si basa su alcuni princìpi, che qui di seguito riportiamo nei loro tratti essenziali.

A) L’agricoltura globalizzata e industrializzata contribuisce al cambiamento climatico divenendo anche vulnerabile ad esso.

L’agricoltura industrializzata, basata sulla chimica, sui combustibili fossili, sui sistemi alimentari globalizzati, che si fondano a loro volta su trasporti ad alta intensità energetica e a lunga distanza, ha un impatto negativo sul clima.

Attualmente l’agricoltura industrializzata contribuisce per almeno un quarto alle emissioni di gas serra. Il sistema dominante, così come promosso dall’attuale paradigma economico, ha accelerato l’instabilità climatica e ha accresciuto l’insicurezza alimentare. Questo sistema aumenta anche la vulnerabilità perché si basa sull’uniformità e sulle monocolture, su sistemi di distribuzione centralizzati e sulla dipendenza da alti apporti di energia e acqua.

B) L’agricoltura ecologica e biologica contribuisce alla mitigazione e all’adattamento al cambiamento climatico.

L’agricoltura costituisce l’unica attività umana basata sulla fotosintesi e può essere completamente rinnovabile. L’agricoltura ecologica e biologica mitiga il cambiamento climatico grazie alla riduzione delle emissioni di gas serra e all’aumento del sequestro di carbonio nelle piante e nel suolo. I sistemi agricoli multifunzionali e biodiversi e i sistemi alimentari localizzati e diversificati sono essenziali per garantire la sicurezza alimentare in un’era di cambiamento climatico.

Una rapida transizione globale verso questi sistemi è un imperativo, sia allo scopo di mitigare il cambiamento climatico, sia per garantire la sicurezza alimentare.

C) La transizione verso sistemi alimentari locali e sostenibili va a vantaggio dell’ambiente e della salute pubblica.

La globalizzazione economica ha portato a una transizione alimentare e a un allontanamento dalle diete locali, diversificate e stagionali verso alimenti sintetici trasformati industrialmente, che stanno causando nuove patologie alimentari e un peggioramento della salute. Le politiche economiche della globalizzazione aumentano l’impatto sull’ambiente tramite modalità di consumo intensivo delle risorse e dell’energia. La localizzazione, la diversificazione e la stagionalità sono importanti per migliorare il benessere, la salute e la nutrizione. Una transizione a livello mondiale verso sistemi locali ridurrà i chilometri alimentari accorciando le catene di trasporto e ridurrà il “carico energetico” degli alimenti in termini di confezionamento, refrigerazione, immagazzinamento e trasformazione.

D) La biodiversità riduce la vulnerabilità e aumenta la resilienza. La biodiversità è il fondamento della sicurezza alimentare.

La biodiversità costituisce anche la base per l’agricoltura ecologica e biologica, poiché offre delle alternative ai combustibili fossili e all’uso dei prodotti chimici. Inoltre accresce la resilienza al cambiamento climatico restituendo più carbonio al suolo, migliorando la capacità del suolo di resistere a siccità, inondazioni ed erosione.

La biodiversità è l’unica forma di assicurazione naturale per l’adattamento e l’evoluzione futuri della società. Aumentare la diversità genetica e culturale dei sistemi alimentari e mantenere la biodiversità nei beni comuni sono strategie essenziali per rispondere alle sfide del cambiamento climatico.

E) L’ingegneria genetica applicata a semi e varietà vegetali costituisce una falsa soluzione pericolosamente fuorviante.

Le colture geneticamente modificate sono una falsa soluzione pericolosamente fuorviante rispetto al nostro compito di mitigare il cambiamento climatico, poiché vanno in direzione opposta rispetto alla possibilità di fornire energia e cibo sostenibili e di conservare le risorse. Gli alimenti, le fibre e i combustibili geneticamente modificati aggravano tutti i difetti delle monocolture industriali: più uniformità genetica e quindi meno resilienza agli stress biotici e abiotici, maggiore fabbisogno di acqua e pesticidi.

Sono stati sviluppati seguendo un paradigma genetico deterministico obsoleto e screditato e di conseguenza comportano ulteriori rischi per la salute e per l’ambiente. Portano inoltre a brevetti monopolistici che non solo ledono i diritti degli agricoltori, ma impediscono anche alla ricerca sulla biodiversità di concentrarsi sull’adattamento al cambiamento climatico.

F) I biocarburanti industriali: una falsa soluzione e una nuova minaccia alla sicurezza alimentare.

L’alimentazione costituisce il più basilare dei bisogni umani e l’agricoltura sostenibile deve fondarsi su politiche che mettano l’alimentazione al primo posto. I biocarburanti industriali non sono sostenibili e diffondono subdolamente gli OGM.

Le colture di biocarburanti stanno aggravando il cambiamento climatico tramite la distruzione delle foreste pluviali e la loro sostituzione con coltivazioni di soia, palma da olio e canna da zucchero. Ciò ha portato a un furto senza paragoni di terre di comunità indigene e rurali.

I biocarburanti industriali sono responsabili di sussidi perversi concessi a un’agricoltura non sostenibile, cosa che minaccia i diritti alimentari di miliardi di persone. Per peggiorare la situazione, i prezzi dei prodotti alimentari stanno salendo a causa del rapido passaggio dalla coltivazione di piante alimentari alla coltivazione di biocarburanti. Si prevede che i prezzi dei prodotti alimentari continuino a salire, raggiungendo livelli record, almeno fino al 2010, sviluppando una “nuova fame” in tutto il mondo e anarchia nelle strade delle nazioni più povere.

Le politiche energetiche sostenibili richiedono un’associazione tra decentramento e riduzione generalizzata dei consumi energetici mantenendo al contempo la sicurezza alimentare come obiettivo prioritario dei sistemi agricoli e alimentari.

G) La conservazione dell’acqua è fondamentale per l’agricoltura sostenibile. L’agricoltura industrializzata ha comportato un uso intensivo dell’acqua e un incremento dell’inquinamento idrico riducendo al contempo la disponibilità di acqua dolce. La siccità e la scarsità di acqua in vaste aree del mondo aumenteranno a causa dei cambiamenti climatici. La riduzione dell’uso intensivo di acqua nell’agricoltura costituisce una strategia di adattamento essenziale.

L’agricoltura ecologica e biologica riduce il fabbisogno di irrigazione intensiva aumentando la capacità del suolo di trattenere l’acqua e di migliorarne la qualità.

H) La transizione delle conoscenze ai fini dell’adattamento al clima. (Il cambiamento climatico è l’esame finale per la nostra intelligenza collettiva in quanto umanità.)

L’agricoltura industrializzata ha distrutto quegli aspetti essenziali di conoscenza degli ecosistemi locali e delle tecnologie agricole che sono necessari a una transizione verso un sistema alimentare post-industriale senza combustibili fossili. La diversità delle culture e dei sistemi di conoscenza necessaria per adattarsi al cambiamento climatico deve essere riconosciuta ed esaltata tramite politiche pubbliche e investimenti. Una nuova alleanza tra scienza e cultura tradizionale rafforzerà i sistemi di conoscenza e aumenterà la nostra capacità di risposta.

I) Transizione economica verso un futuro alimentare equo e sostenibile.

L’attuale ordine economico e commerciale ha svolto un ruolo fondamentale nel creare degli incentivi perversi che aumentano le emissioni di anidride carbonica e accelerano il cambiamento climatico. Il paradigma della crescita basato sul consumo illimitato e su falsi indicatori economici quali il prodotto nazionale lordo sta spingendo i Paesi e le comunità verso condizioni di vulnerabilità e instabilità sempre più gravi. Le regole commerciali e i sistemi economici dovrebbero

supportare il principio di sussidiarietà, a vantaggio delle economie e dei sistemi alimentari locali, riducendo così le nostre emissioni di carbonio e al contempo aumentando la partecipazione democratica e migliorando la qualità della vita.

3. Il quarto rapporto di valutazione del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite

Il quarto Rapporto di valutazione del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, la più recente valutazione condivisa dei cambiamenti climatici da parte dei principali scienziati del mondo, fotografa la situazione che abbiamo di fronte.

Il Rapporto afferma che “il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile”, con un aumento medio globale della temperatura pari a 0,7°C negli ultimi 100 anni. Tale riscaldamento ha innescato

cambiamenti climatici che hanno già avuto ripercussioni sulla produzione agricola.

L’IPCC conclude che “molto probabilmente la maggior parte dell’aumento registrato nella temperatura media globale a partire dalla metà del XX secolo è dovuta all’aumento delle emissioni di gas serra”. Le concentrazioni atmosferiche totali di anidride carbonica (CO2), metano e protossido d’azoto sono aumentate in misura molto significativa come conseguenza delle attività umane a partire dal 1750 e oggi sono notevolmente superiori ai livelli preindustriali.

Negli ultimi anni le questioni climatiche ed energetiche sono state al centro del dibattito politico in tutto il mondo. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi nel dicembre 2007 a Bali, ha condotto una discussione su quali siano i passi da intraprendere per condurre a un’energia e a sistemi di trasporto che non danneggino il clima. Tuttavia il rapporto tra cibo e sistemi agricoli, da un lato, e clima ed energia, dall’altro, non è entrato in queste discussioni globali.

Eppure, come rivela il Manifesto, oggi la nostra agricoltura industriale e il nostro sistema alimentare contribuiscono in misura rilevante alle emissioni di gas serra: alcuni stimano che siano responsabili addirittura del 25 per cento delle emissioni.

Il dibattito all’interno delle istituzioni politiche, finanziarie e commerciali e sui media deve anche cominciare ad abbandonare l’argomento riduzionista dello “zero carbonio” e del “niente carbonio”, come se il carbonio esistesse solo in forma fossile sotto terra. Ciò che viene ampiamente dimenticato nella discussione e quindi non viene considerato nelle soluzioni, è che la biomassa delle piante è soprattutto carbonio. L’humus del terreno è soprattutto carbonio. La vegetazione delle foreste è soprattutto carbonio. Il carbonio nel terreno, nelle piante e negli animali è carbonio organico e principalmente vivente e fa parte del ciclo della vita. Il problema non è il carbonio in sé, ma il nostro uso crescente del carbonio fossile come carbone, petrolio e gas, che richiedono milioni di anni per formarsi.

Oggi il carbonio fossile viene bruciato in enormi quantità a velocità allarmante. Le piante sono una risorsa rinnovabile; il carbonio fossile non lo è. L’”economia del carbonio”, basata sui combustibili fossili, è un’economia industriale basata sulla crescita e che serve solo quale fonte del gas serra CO2. L’economia e l’ecologia del carbonio rinnovabile comprendono la biodiversità e sono basate su cicli di assimilazione e dissimilazione (sorgente e scolo) e offrono la soluzione per la sicurezza alimentare in tempi di cambiamento climatico.

Il commercio globale e le politiche economiche attuali stanno imponendo un sistema alimentare e agricolo centralizzato, basato sul combustibile fossile, sistema che è direttamente contrario non solo all’imperativo ecologico, ma anche al programma e agli obiettivi di riduzione delle emissioni che la maggior parte dei governi stanno individuando nei forum internazionali. Questa enorme contraddizione deve essere risolta, se vogliamo affrontare le sfide dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale.

Allo stesso tempo il sistema alimentare attuale è anch’esso estremamente vulnerabile al cambiamento climatico, come dimostra anche questo rapporto.

Quasi ogni angolo del globo è già stato toccato da drastici mutamenti atmosferici che hanno avuto effetti negativi sui raccolti e sulla distribuzione del cibo. Il Manifesto esplora, inoltre, alcune delle false soluzioni agricole che vengono promosse in nome dell’energia “pulita” o “verde” – cioè gli organismi geneticamente modificati (OGM) e la produzione di biocarburanti.

La cosa più importante è che il Manifesto dimostra che i sistemi alimentari biologici ed ecologici sono una soluzione reale alle attuali preoccupazioni climatiche in termini di mitigazione e adattamento e a una transizione energetica verso un’era post carburanti fossili.

L’ultimo capitolo di questo rapporto descrive la transizione basata sulla presa di coscienza del fatto che l’agricoltura biologica ed ecologica è una soluzione vitale sia per mitigare i cambiamenti climatici sia per garantire la sicurezza alimentare per tutti.

Infine, esso richiama l’attenzione sul fatto che i sistemi alimentari diventino parte integrante della discussione sul clima e sull’energia nei negoziati post Bali in materia di clima.

L’IPCC prevede fenomeni atmosferici ancora più estremi. L’IPCC ha riscontrato prova del fatto che probabilmente l’area complessiva colpita dalla siccità è aumentata tra il 1900 e il 2005 a causa della riduzione delle precipitazioni nel Sahel, nel Mediterraneo, nell’Africa meridionale e in parti dell’Asia meridionale. L’IPCC dichiara inoltre che probabilmente le ondate di calore sono divenute più frequenti e che la frequenza di forti precipitazioni è aumentata nella maggior parte delle aree della Terra.

L’IPCC avverte che tali impatti peggioreranno via via che le temperature continueranno a crescere; infatti stima che nel 2100 il riscaldamento sarà peggiore di quanto previsto precedentemente, con un probabile aumento della temperatura compreso fra 1,8°C e 4°C, ma che potrebbe raggiungere persino i 6,4°C.

L’impatto sull’agricoltura sarà significativo. Giorni e notti più caldi, ondate di calore più frequenti e un ampliamento delle zone colpite dalla siccità ridurranno i raccolti nelle aree più calde, a causa di stress da calore, aumento delle invasioni di insetti, minore disponibilità di acqua, degrado del terreno, maggiore mortalità del bestiame. Questi effetti negativi sono già sperimentati da molte comunità dei Paesi del Sud del mondo. Vi sarà inoltre un aumento dell’incidenza di forti precipitazioni che danneggeranno ulteriormente i raccolti erodendo e saturando i terreni.

Un’intensificazione dell’attività ciclonica tropicale causerà danni ai raccolti nell’ecosistema costiero, mentre l’innalzamento del livello del mare causerà la salinizzazione delle falde acquifere costiere. Le isole del Pacifico e gli ampi delta sono già affetti da questo problema.

Alcune regioni saranno colpite in modo particolarmente pesante. Entro il 2020, in alcuni Paesi africani i raccolti dell’agricoltura alimentata dalla pioggia – la grande maggioranza dell’agricoltura africana – potrebbero ridursi del 50 per cento. Si prevede inoltre che la produzione agricola di molti Paesi africani verrà seriamente compromessa.

Si prevede che in America Latina la resa di alcuni importanti raccolti diminuirà, con conseguenze negative per la sicurezza alimentare. In gran parte dell’Australia meridionale e orientale e in alcune zone della Nuova Zelanda orientale si prevede che entro il 2030 la produzione agricola diminuirà a causa della siccità. Nell’Europa meridionale l’aumento delle temperature e della siccità ridurrà la resa dei raccolti. Perfino nell’America settentrionale si prevedono gravi difficoltà per le colture vicine all’estremità calda del loro areale o che dipendono da un elevato sfruttamento delle risorse idriche.

Tali circostanze influiscono drammaticamente sulla produzione alimentare e gli esperti prevedono che vi sarà un grave aumento della denutrizione e della fame, fenomeni che colpiranno milioni di persone e che saranno seguiti da una diminuzione della popolazione mondiale a metà del XXI secolo.

Ma non c’è bisogno di attendere il futuro per testimoniare i reali e terribili effetti che i mutamenti climatici hanno sulla capacità delle persone di procurarsi il cibo e di nutrirsi. Questo Manifesto evidenzia l’impatto dell’attuale approccio industrializzato, ottuso e distruttivo sulla produzione di cibo in presenza di parametri meteorologici sempre più variabili e invita invece ad abbracciare una modalità sicura, sostenibile e nutritiva di alimentarci, che aiuti anche a mitigare i rischi del cambiamento climatico e a trovare i modi per adeguarsi a essi.

4. L’attuale ordine economico e commerciale

L’attuale ordine economico e commerciale ha svolto un ruolo fondamentale nel creare degli incentivi perversi che aumentano le emissioni di anidride carbonica e accelerano il cambiamento climatico. Il paradigma della crescita basato sul consumo illimitato e su falsi indicatori economici quali il prodotto nazionale lordo sta spingendo i Paesi e le comunità verso condizioni di vulnerabilità e instabilità sempre più gravi. Le regole commerciali e i sistemi economici dovrebbero supportare il principio di sussidiarietà, a vantaggio delle economie e dei sistemi alimentari locali, riducendo così le nostre emissioni di carbonio e al contempo aumentando la partecipazione democratica e migliorando la qualità della vita.

In termini materiali, fisici e biologici l’economia agricola industriale è un’economia negativa che richiede enormi input di energia. I costi degli input energetici sono esternalizzati e il calcolo finanziario dipende dai sussidi. Ciò deforma il prezzo reale degli alimenti e i suoi costi reali in termini ambientali, sociali culturali e politici.

Le regole finanziarie e commerciali continuano a perpetuare e ad ampliare questa economia negativa. Invece di premiare i sistemi alimentari centralizzati, uniformi e a lunga distanza, le politiche dovrebbero favorire il principio di sussidiarietà. In altre parole, la produzione locale per il consumo locale dovrebbe essere il primo livello della sicurezza alimentare. Ciò significa accorciare la catena alimentare e diminuire i chilometri percorsi dagli alimenti.

La sussidiarietà affida il potere alle comunità locali, ai governi locali e regionali, invece di stabilire a livello internazionale delle politiche uniformi che sono obbligatorie per tutti i Paesi, come viene fatto tramite le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La localizzazione aumenta più facilmente la democrazia e il controllo da parte delle comunità, delle regioni e degli stati-nazioni. Sebbene il cambiamento climatico sia un problema globale e la comunità globale debba lavorare insieme per il futuro del pianeta, le soluzioni e gli adattamenti devono basarsi su soluzioni locali che assicurino la diversità, strategia chiave per la sopravvivenza.

4.1. I due livelli di azione: azioni delle persone e azioni politiche

Il Manifesto propone due livelli di azione: azioni delle persone e azioni politiche.

Azioni delle persone

1. Mantenere e coltivare la biodiversità – e questo cominciando a promuovere la biodiversità delle sementi e delle razze animali sia in agricoltura che nel proprio giardino.

2. Passare da pratiche agricole basate sulla chimica e su un grande dispendio energetico a una produzione alimentare ecologica e biologica.

3. Scegliere un’agricoltura che sia prudente nell’uso dell’acqua – la conservazione e il recupero dell’acqua dovrebbero essere gli obiettivi primari invece dell’irrigazione intensiva e dell’esaurimento delle risorse acquifere.

4. Scegliere e favorire i mercati degli agricoltori e i prodotti locali, biologici, freschi e di stagione, nonché le filiere corte. In tal modo si alleggerisce il peso energetico.

5. Instaurare e supportare incentivi che permettano il cambiamento per ricostruire economie alimentari locali. Si deve permettere agli agricoltori di essere i garanti della qualità delle sementi e degli alimenti che producono senza essere schiacciati dagli standard burocratici e industriali della registrazione delle sementi e della sicurezza alimentare.

6. Creare degli spazi democratici per gli agricoltori, per le comunità locali e per i consumatori, per decidere come realizzare la transizione a un sistema alimentare post combustibili fossili e basato sulla localizzazione e la sostenibilità.

Queste azioni si sposano alla perfezione con alcune considerazioni concernenti vegetarismo ed ecologia umana.

Negli ecosistemi, a ogni passaggio della catena alimentare (da produttore a consumatore di I ordine, da questo a consumatore di II ordine, e così via) si ha una perdita di produzione biologica fino al 90 per cento dovuta alla respirazione, all’escrezione, alla deiezione e alla decomposizione dei cadaveri, e solo la restante parte è disponibile per l’anello trofico successivo. Pertanto l’uomo, se si comporta come vegetariano, e cioè da consumatore di I ordine, avrà molte più risorse disponibili che se si comporta come carnivoro e cioè da consumatore di II ordine. Gli animali allevati per la carne vengono oggi nutriti prevalentemente con cereali, che potrebbero essere impiegati direttamente per l’alimentazione umana. In particolare, sono necessari 7 kg di cereali per la produzione di 1 kg di carne bovina, 4 kg per per la produzione di 1 kg di carne suina e 2 kg per la produzione di 1 kg di pollame (5).

Inoltre, l’alimentazione a base di carne richiede un maggiore consumo di acqua rispetto a quella a base di vegetali, e l’acqua in molti casi è un fattore limitante della produzione di alimenti. L’alimentazione di paesi come gli Stati Uniti, così ricca di prodotti di origine animale, richiede una quantità di acqua doppia rispetto a quella di molti paesi asiatici ed europei. Se gli americani riducessero il loro consumo di carne, lo stesso volume di acqua potrebbe nutrire il doppio delle persone oppure una parte di esso potrebbe essere lasciata nei fiumi (6).

Azioni politiche

1. Porre fine ai perversi sussidi destinati alle economie alimentari basate sui combustibili fossili: il documento si appella alla Banca mondiale, al Fondo monetario internazionale (FMI) e alle istituzioni finanziarie regionali e globali per porre fine al finanziamento dei mega progetti basati sui combustibili fossili, come la costruzione di dighe, i progetti per la realizzazione di tubazioni e per l’irrigazione, le massicce infrastrutture di trasporto.

2. Eliminare i sussidi destinati ai biocarburanti e le leggi che ne impongono l’impiego.

3. Riassegnare gli investimenti pubblici a modelli alimentari ecologici, locali e biologici che riducono i rischi climatici e aumentano la sicurezza alimentare.

4. Riformare alcune norme chiave dell’OMC. Per far questo, è necessario:

- permettere limitazioni quantitative: poiché le nazioni più ricche non hanno fatto molto per ridurre il livello di sussidi dati ai loro settori agricoli, tutti i Paesi dovrebbero poter rispondere alle distorsioni dovute ai sussidi applicando limitazioni quantitative sulle importazioni, in modo da garantire la sicurezza alimentare.

Come parte degli obblighi di accesso al mercato posti dall’Uruguay Round del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, Accordo complessivo sul commercio e le tariffe doganali), art. XI, unitamente alle norme poste dall’Accordo sull’agricoltura, le nazioni sono state costrette a togliere ogni divieto o limitazione quantitativa sulle importazioni e le esportazioni.

I Paesi in via di sviluppo hanno tradizionalmente usato le limitazioni all’importazione per proteggere la loro produzione alimentare nazionale e per proteggere i produttori nei confronti della valanga di prodotti importati a prezzi artificiosamente bassi; ora questo meccanismo è stato eliminato. Le limitazioni quantitative sono il solo meccanismo sicuro che può cominciare a costruire la sovranità alimentare e la democrazia alimentare e che può proteggere i mezzi di sostentamento delle nostre comunità rurali;

- eliminare i requisiti di accesso minimo: si dovrebbe eliminare la “norma di accesso minimo” dell’OMC. Questa norma richiede a ogni nazione membro di importare fino al 5 per cento del volume della produzione nazionale in ogni settore designato di prodotti alimentari e beni di prima necessità (in base ai livelli delle quote 1986-88).

Questa norma indirizza le politiche agricole nazionali verso un modello di importazione esportazione, invece di incoraggiare le politiche a favore di una produzione locale per un consumo locale. Essa perpetua un sistema alimentare basato sui combustibili fossili. La tendenza dovrebbe essere quella di rafforzare la produzione locale per il consumo locale e di ridurre i trasporti alimentari su lunghe distanze;

- permettere l’introduzione di tariffe doganali e quote selezionate: nuove norme devono permettere l’uso giudizioso di dazi commerciali selezionati, come pure di quote di importazione, allo scopo di regolamentare le importazioni di cibo che può essere prodotto anche localmente. Per i Paesi in via di sviluppo ciò è chiamato Special and Differentiated Treatment – Trattamento speciale e differenziato (STD). Gli STD possono aiutare a compensare la vendita sottocosto dei prodotti sovvenzionati attuata dai Paesi ricchi (cioè vendere al di sotto dell’effettivo costo di produzione).

5. Promuovere i sistemi di agricoltura biodiversa e porre fine alle norme dell’OMC sul diritto di proprietà intellettuale che consentono sia la concentrazione delle multinazionali delle sementi che la pirateria dei sistemi tradizionali di conoscenza.

Considerando l’”Accordo dell’OMC sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio”, si dovrebbero apportare i seguenti cambiamenti.

L’art. 27.3 dovrebbe essere modificato per chiarire che: 1) non può essere brevettata nessuna forma di vita di qualsiasi natura; 2) non può essere brevettato nessun processo naturale per produrre piante e animali; 3) un sistema sui generis può includere le leggi nazionali che riconoscono e proteggono le conoscenze tradizionali di comunità indigene e locali.

L’art. 27.1 dovrebbe essere modificato per consentire agli Stati di stabilire che non possono essere brevettati gli alimenti e i medicinali, nonché di limitare l’ambito temporale di un brevetto o processo (più frequentemente applicabile ai medicinali).

6. Permettere zone OGM-free: le politiche e le norme dell’OMC devono essere riformate per sancire in modo inequivocabile il diritto completo ed esplicito delle regioni e degli stati nazione di rimanere liberi da OGM nella misura che scelgono.

7. Includere il sequestro di CO2 attuato dall’agricoltura biologica nel “Dispositivo per lo sviluppo pulito” (all’interno del Protocollo di Kyoto), in quanto produce effetti molto rapidi ed è molto redditizio, contribuendo al contempo allo sviluppo rurale.

8. L’agricoltura biologica ed ecologica deve essere posta al centro di tutte le strategie di adattamento per far fronte al cambiamento climatico.

9. La conservazione della biodiversità deve essere parte vitale dell’adattamento al cambiamento climatico, in quanto la biodiversità costituisce una forma di assicurazione in un contesto di condizioni climatiche imprevedibili.

10. Le conoscenze locali indigene devono essere protette e incentivate come parte integrante di tutte le strategie di adattamento.

11. Rimuovere gli ostacoli normativi, economici e fisici che impediscono la rilocalizzazione.

5. Conclusioni: verso l’agricoltura ecologica del carbonio rinnovabile

Nei negoziati sui cambiamenti climatici si considera di solito il carbonio nella sua forma fossile e non rinnovabile, formatosi in milioni di anni: petrolio, gas e carbone che, bruciati dall’economia “fossile” planetaria aumentano la concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

Ma non bisogna dimenticare che anche la biomassa delle piante è soprattutto carbonio, e così l’humus del suolo, la vegetazione delle foreste. L’ “agricoltura ecologica del carbonio rinnovabile”, nella visione di questo Manifesto, è la via per garantire il diritto al cibo per tutti e al tempo stesso alleggerire l’emergenza climatica, ma anche adattarvisi.

Ne siamo lontani: come abbiamo visto, l’agricoltura industriale o del “carbonio morto” – basata su semi commerciali, chimica di sintesi e un elevato consumo di acqua ed energia fossile – e i sistemi alimentari globalizzati, che richiedono lunghe catene di conservazione e trasporto, contribuiscono per almeno il 25 per cento alle emissioni globali di gas serra (anidride carbonica, metano e ossido di azoto).

Complice del cambiamento del clima, dunque, l’agricoltura ne è anche tra le prime vittime, come l’attuale crisi alimentare dimostra. Per mitigare i cambiamenti climatici, adattarvisi e al tempo stesso nutrire il mondo, le pratiche agricole devono tendere all’autosufficienza, ridurre gli input esterni: l’agricoltura preconizzata da questo Manifesto si basa sulla biodiversità colturale (con il ricorso a varietà autoctone) e la rifertilizzazione organica del suolo (che è in grado di assorbire fino a 3 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, se mantenuto ricco), sulla protezione delle foreste e la parsiminia nell’uso dell’acqua scarseggiante (in tempi di siccità le coltivazioni biologiche hanno rese maggiori di quelle convenzionali).

Ma è l’intero sistema alimentare, oggi globalizzato e concentrato, a dover cambiare. Localizzazione, diversificazione e stagionalità dell’alimentazione sono importanti. Passare a sistemi locali significa ridurre il carico energetico di imballaggi, refrigerazione, stoccaggio, trasporto (7).

Per arrivare a questo scenario, il Manifesto propone a coltivatori e consumatori un cambiamento radicale, e chiede alla politica azioni decise. Basta sussidi ai sistemi agroalimentari basati sui combustibili fossili, stop a progetti di grandi dighe e infrastrutture di trasporto. Investire sul sostegno a modelli alimentari ecologici e locali. Riformare le regole commerciali per permettere la protezione dei mercati interni. Cambiare i regimi di proprietà intellettuale che sequestrano biodiversità e agrosaperi locali a scopi di profitto.

In conclusione, l’agricoltura biologica ed ecologica e la produzione alimentare locale devono oggi essere urgentemente considerate nell’ambito degli sforzi di livello locale, nazionale e internazionale per combattere il cambiamento climatico.

Alcuni credono che la crisi del caos climatico sia il più grande test che la nostra umanità si sia trovata ad affrontare. L’azione collettiva o l’inazione delle nostre società determinerà il destino di milioni di umani e animali.

Fulvio Di Dio – fulvio.didio@libero.it
(Intervento presentato alla tavola rotonda: "Agricoltura Ecologica" tenuta nel corso della Fiera Arti Creative di Calcata - Edizione 2010)


Note:

(1) M. GIAMPIETRO, D. PIMENTEL, The Tightening Conflict: Population, Energy Use and the Ecology of Agricolture, Edited by L. Grant. Negative Population Forum. Teanek, NY: Negative Population Growth, Inc., 1993.

(2) Dato riportato in “Biosito: Bioagricoltura: Rendimento energetico”, articolo consultabile in rete su http://www.itlonline.it/biosito/editoriale/bioagricoltura_08.htm.

(3) Il Manifesto sul cambiamento del clima e il futuro della sicurezza alimentare si può trovare ai seguenti indirizzi web: www. future-food.org; www.arsia.toscana.it.

(4) Il gruppo di esperti che hanno collaborato alla realizzazione è composto dalle seguenti persone: Debi Barker, IFG; Marcello Buiatti, Università di Firenze; Gianluca Brunori, Università di Pisa; Andreas Fliessbach, FiBL (Istituto Organic Agriculture Research); Bernward Geier, Rappresentante di COLLABORA e IFOAM; Benny Haerlin, Fondazione Future Farming; MaeWan Ho, Istituto Science in Society; Giampiero Maracchi, Istituto di Agrometeorologia, Consiglio Nazionale Ricerca (IBIMET/CNR); Simon Retallack, Istituto Public Policy Research; Vandana Shiva, RFTSE/Navdanya; Concetta Vazzana, Università di Firenze.

(5) L. BROWN, Nutrire nove miliardi di persone, in L. BROWN (a cura di), State of the world 1999, Edizioni Ambiente, Milano, 1999, pp. 137-57.

(6) S. POSTEL, Riprogettare i sistemi di irrigazione, in L. BROWN (a cura di), State of the world 2000, Edizioni Ambiente, Milano, 2000, pp. 63-84.

(7) Dopo l’insostenibilità insalubre dei cibi precotti, del consumo abbondante di carni, latticini, zuccheri, grassi, la rilocalizzazione alimentare deve essere simbolica (i consumatori devono diventare coscienti), relazionale (con reti dirette tra chi produce e chi mangia), fisica (in uno spazio circoscritto). È cruciale poi il rapporto con l’acqua, come ricordano gli esempi del Darfur, dove il conflitto fra pastori e agricoltori è legato all’esaurimento del lago Ciad, o dell’Himalaya, dove i ghiacciai si assottigliano minacciando l’approvvigionamento di fiumi vitali per l’agricoltura della regione. Il Manifesto sottolinea, come abbiamo visto, proprio la capacità di ritenzione idrica dei suoli gestiti in modo ecologico.


15 novembre 2010

Ecologia sociale ed umana..

Senso di alienazione dalla comunità nella società contemporanea e ricerca di un nuovo modello in chiave di ecologia profonda e spiritualità laica
 
 
“Riuscita non significa avere successo.. vuol dire soltanto che non ci si sente più travolti dal successo o dall'insuccesso” (Saul Arpino)
 
"La spiritualità laica che noi ricerchiamo nella Natura non è basata sul biascicamento di litanie e preghiere, ma nella coltivazione della generosità dell’abnegazione, dell’entusiasmo, del disinteresse… tutto quello che fa uscire l’uomo dalla prigione degli istinti..." (Giorgio Vitali)
 
“A quattro zampe, si supera tutto…. Basta mettercisi e riscoprire le perle di saggezza sull’inesistenza delle "razze" nel popolo umano. Ah! dannata storia fatta dai vincitori! Dannati Poemi Epici su commissione, giustificatori di false etnie!" (Matteo Micci) 
 

Il culto degli antenati in molte delle civiltà antiche è stato il fattore coagulante per la conservazione del senso di comunità. In Cina, ad esempio, era assurto quasi a religione, infatti il confucianesimo non è altro che un sistema morale basato sul rispetto delle norme “gerarchiche” di padre/figlio – sovrano/suddito. In qualche modo questo sistema, che garantisce un ruolo alle generazioni della comunità, ha assicurato in oriente come in occidente, una crescita ordinata e rigorosamente etica della società, pur con le pecche di inevitabili eccessi, esso ha mantenuto quel processo solidaristico nato nei clan matristici anteriori, e successivamente trasmesso al patriarcato.
 
Questa concezione è andato avanti senza grandi sovvertimenti sino all’inizio del secolo scorso momento in cui si è avviata una “rivoluzione di sistema”, una rivoluzione apparentemente incruenta e non specificatamente voluta, ma il risultato è un repentino mutamento d’indirizzo e la sortita dei modelli utilitaristici ed esclusivi.
 
Coincide con l’inizio dell’era industriale e dell’economia di mercato e con la comparsa dei grossi insediamenti urbani, le metropoli., che già avevamo visto l’abbozzarsi nel modello imperiale di Roma poi ripreso negli Stati Uniti d’America.
 
La scintilla del moderno paradigma sociale ed economico -secondo me- è una diretta conseguenza della grande crisi del 1929 che da una parte costrinse migliaia di famiglie all’urbanizzazione forzata ed all’abbandono del criterio piccolo-comunitario e all’adozione di modelli sociali strumentali. Una nuova programmazione sociale ed economica basata sulla capacità collettiva di produzione e sul consumo di beni superficiali (coincide con la nascita della Coca Cola, delle sigarette, delle fibre sintetiche, della diffusione di automobili ed altri macchinari). Come ripeto questo modello non fu specificatamente perseguito ma l’inevitabile conseguenza di una accettazione di gestione produttiva “finalizzata” -da parte degli individui operativi- e la demandazione agli organi amministrativi delle funzioni solidali e sociali.
 
Questo procedimento trovò la sua affermazione anche in Europa a cominciare dagli anni ‘50 (malgrado le prove generali dei primi del secolo in Inghilterra) e pian piano si espanse al resto del mondo occidentalizzato, meno che in sacche di necessaria “arretratezza” che oggi definiamo “terzo o quarto mondo”. Ma questo terzo o quarto mondo sta anch’esso pian piano assumendo il modello utilitaristico ed il risultato è il totale scollamento familiare e sociale con l’interruzione dell’agricoltura ed artigianato e venuta in luce di schegge impazzite di società aliena a se stessa. Avviene nelle cosiddette megalopoli di venti o trenta milioni di abitanti, con annesse baraccopoli e periferie senza fine. La solidarietà interna delle piccole comunità è morta mentre si son venute a stratificare categorie sociali che hanno poco o nulla da condividere con “l’umanità”.
 
Nelle grandi città industrializzate e consumiste da una parte c’è la classe dei produttori “attivi” e dall’altra quella dei cittadini “passivi”, ovvero i bambini e gli anziani. Lasciamo per il momento in sospeso la discussione degli attori in primis, i cosiddetti produttori ed operatori, e vediamo cosa sta avvenendo nelle categorie passive, degli usufruitori inermi od assistiti.
 
I bambini sono forse i più penalizzati giacché verso di loro è rivolto il maggior interesse redditizio e di sviluppo, sono i “privilegiati” delle nuove formule di ricerca di mercato ed allo stesso tempo abbandonati a se stessi, in seguito alla totale mancanza di solidarietà interna in ambito familiare e sociale. Con poche prospettive reali di crescita evolutiva in intelligenza ed interessi futuri, i bambini si preparano ad essere la “bomba” della perdita finale di collegamento alla realtà organico-psicologica tra uomo natura ambiente. Già in essi assistiamo alla quasi totale incapacità di relazionarsi con una realtà sociale e materiale, sostituita da una “realtà virtuale e teorica”.
 
Ora finché le generazioni che son nate dagli anni ‘50 sino al massimo degli anni ‘80 sono in grado di reggere il colpo della produzione utilitaristica questa massa di “imberbi passivi” può ancora mantenere una ragione almeno consumistica, dopodiché la capacità di sopravvivenza si arresta ineluttabilmente, assieme al volume operativo dei genitori…..
 
L’altra categoria, passiva per eccellenza, è quella degli anziani ed invalidi, i pensionati, che sopravvivono senza speranza già sin d’ora, preda di violenze sempre più diffuse, di furti e truffe e di strumentalizzazioni della loro condizione vittimale (perseguita da enti ed associazioni che sorgono per “proteggerli” dagli abusi….). Nella società solidaristica antecedente gli anziani avevano una precisa ragione sociale nella trasmissione della cultura e delle esperienze necessarie alla vita, convivendo in ambiti familiari in cui non c’era separazione fra bambini, giovani e vecchi. Ora gli anziani son d’impiccio e finché possono arrangiarsi da soli, bene, poi diventano oggetto di mercato per gli assistenti sociali, per gli ospizi e per colf spesso senza scrupoli o finti operatori assistenziali che mungono alle loro misere pensioni, inoltre -recentemente- son sempre più vittime di “enti morali” fasulli e ladri. E questo perché gli anziani non hanno più posto né tutela nella società.
 
Ma, qui vorrei porre un punto interrogativo, come faranno i quarantenni di oggi a garantirsi la sopravvivenza se la struttura sociale è così degradata? I quarantenni di oggi saranno ancor meno assistiti sia dalla società che dai loro stessi figli e -mi vien da dire- sarà proprio per questo inconsapevole sospetto che molti rifiutano di aver figli e si atteggiano ad eterni “ragazzi”. Oggi si è “giovani di belle speranze” sino a cinquant’anni (ed oltre) e poi improvvisamente si precipita nell’inferno dell’anzianità e dell’abbandono….. Insomma “finché ce la fai a barcamenarti con le tue forze bene e poi ciccia al culo!” Forse siamo ancora in tempo a prendere coscienza di ciò ed attuare una repentina inversione di marcia prima del precipizio…..
 
La soluzione -secondo me- sta nel superamento dei modelli consumistici e dello schema familiare di coppia moderna, in cui i rapporti sono solo utilitaristici, per ritrovare in una socialità allargata nuove espressioni per la solidarietà umana, contemporaneamente abbandonando l’ampliamento dei grandi agglomerati urbani e rinunciando ai parossismi culturali (musiche preconfezionate, televisioni, sport idioti, giochetti virtuali, etc) in modo da ricreare in noi lo stimolo primario della gioia di vita e la capacità creativa per produrre qualcosa che abbia lo spirito del necessario e del bello. Insomma si parla ancora di ecologia profonda e di spiritualità laica.
 
Paolo D’Arpini
 
...............
 
Altro articolo in inglese sullo stesso tema:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/03/29/deep-ecology-and-lay-spirituality-as-an-answer-to-the-evolution-of-our-urbanized-society-ecologia-profonda-e-spiritualita-laica-come-risposta-evolutiva-per-la-nostra-societa-urbanizzata/


4 novembre 2010

Comunicazioni sul nuovo organigramma della Rete Bioregionale Italiana e nominativi di alcuni dei nuovi referenti tematici – 4 novembre 2010

 

Comunicazioni sul nuovo organigramma della Rete Bioregionale Italiana e nominativi di alcuni dei nuovi referenti tematici – 4 novembre 2010


Dopo le dimissioni di Giuseppe Moretti da coordinatore nazionale si é tenuto fra i vecchi membri e nuovi aderenti un incontro "rifondativo" della Rete Bioregionale Italiana, il 30 e 31 ottobre 2010 a San Severino Marche.

L'assise dei partecipanti per evitare di ricadere in forme accentratrici, ha deciso di cambiare la struttura della Rete eliminando la figura del coordinatore nazionale e dei coordinatori locali, ci saranno solo referenti tematici sugli argomenti che interessano per l'approfondimento del discorso ecologico... rispettando così anche le enunciazioni della Carta degli intenti della Rete (con riferimento alla “forma decentrata”).

http://retebioregionale.ilcannocchiale.it/2006/02/06/manifesto_della_rete_bioregion.html

Qui aggiungo solo due parole sul significato di bioregionalismo, che é la stessa cosa dell'ecologia profonda od ecosofia descritta da Arne Naess, insomma é il vivere consapevoli di appartenere inscindibilmente all'insieme vitale, l'organismo macro del vivente e del materico. Le bioregioni, dal piccolo ecosistema agli agglomerati galattici, sono come gli organi funzionali del corpo.... (vedi l'esempio classico fatto da Menenio Agrippa...). In fondo il bioregionalismo non é altro che un nome “inventato” per definire la forma più antica di riconoscimento del far parte di un Tutto unito. Il termine é nuovo ma il significato é eterno!

Continuano ad arrivare commenti e proposte di collaborazione dopo l'incontro di San Severino. La prima letterina ricevuta é stata quella di Antonella Pedicelli, che dice: “Ciao Paolo, felice serata, ho letto con piacere il racconto della prima giornata relativa all'incontro di San Severino Marche (http://saul-arpino.blogspot.com/2010/10/il-giornaletto-di-saul-del-31-ottobre.html ); si sente in esso la tua viva partecipazione e una vibrante emozione, credimi, mi sono sentita anche io pienamente avvolta da quelle sensazioni di appagamento che si respirano nelle tue parole! Semplicemente: "è bello"!

In questi giorni successivi all'incontro bioregionale si sta cercando di rimettere in piedi l'organizzazione, già alcuni ecologisti riconosciuti hanno dato la disponibilità ad occuparsi di specifici argomenti ed alla fine pare che il gruppo portante si stia costituendo. Comunque cerchiamo di capire i movimenti in corso leggendo un'altra letterina giunta da Caterina: “Felice del Seminasogni mi ha fatto uno squillo e io l'ho richiamato. Dice che è stato tutto il giorno in giro senza cellulare. Gli ho chiesto se gli fa piacere mettere qualcosa sul sito, tipo poesie, o gli annunci dei mercatini, o inviti a passeggiate.... Credo che ti spedirà i volantini dei mercatini, quando ci saranno (diceva che ne fanno circa uno al mese). Gli ho detto che gli avrei spedito il resoconto dell'incontro e che cosa ci avevamo messo e che sarebbe stato carino metterci la poesia che aveva letto lui stesso quel giorno e ha detto che me la spedisce così la mettiamo sul sito, su qualche sito. Per le passeggiate credo che gli farebbe piacere che si mettesse nome, indirizzo e recapito per accordi di volta in volta, con chi vuole, a piccoli gruppi”.

Pertanto nel prossimo futuro proporremo sul blog della Rete e su altri siti, di tanto in tanto, alcuni interventi e proposte dei referenti tematici e dei simpatizzanti della Rete con annunci vari e proposte di attività ecologiste, di rapporti interpersonali e fra comunità, racconti di spiritualità naturale, etc.

Nel frattempo abbiamo ricevuto anche la comunicazione di Roberto Schellino, coordinatore nazionale della campagna per l'agricoltura contadina, in risposta alla nostra comunicazione sul nuovo referente della Rete Bioregionale per quel settore: “Grazie Paolo, contatterò telefonicamente Benito Castorina nel più breve tempo che mi è possibile..” Ed anche la mail di Sonia Baldoni, che accetta di occuparsi di cure naturali ed erboristiche: “Certamente che metto a disposizione della Rete Bioregionale le mie conoscenze, l'ho già messo in PRATICA con i FATTI dall'incontro che abbiamo fatto assieme, i miei estremi li hai... mi fido di più di ciò che scrivi tu, è la tua specialità!”

Allora riporto qui di seguito i nomi dei primi fra i nuovi referenti tematici della Rete Bioregionale Italiana che a titolo volontario intendono mettere a disposizione di tutti le conoscenze acquisite nel loro percorso di pratica ecologista:

Benito Castorina, docente universitario per l'economia agricola e coltivatore di erba vetiver. Referente per l'agricoltura contadina e produzione energetica ecologica. Recapiti: benito.castorina@fastwebnet.it - Tel. 06.8292612 - 338.4603719

Caterina Regazzi, medico veterinario USL specializzato in allevamento e alimentazione animale. Referente per il rapporto uomo/animali e zootecnia. Recapiti: caterinareg@gmail.com – Cell. 333.6023090

Manuel Olivares, scrittore e giornalista sociologico esperto in comunità, fondatore della casa editrice “Vivere Altrimenti”. Referente per i rapporti con le comunità, comuni ed ecovillaggi. Recapito: manuel_olivares_71@yahoo.it

Sonia Baldoni, esperta di erbe officinali e cure naturali olistiche. Referente per il rapporto con gli elementi della natura e con lo spiritus loci. Recapiti: Cell. 333.7843462 - sachiel8@virgilio.it

Stefano Panzarasa, geologo e musicista, Responsabile Ufficio Educazione Ambintale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per l'educazione ambientale ed ecologica. Recapiti: bassavalledeltevere@alice.it  www.orecchioverde.ilcannocchiale.it  tel.. 0774/605084

Lucilla Pavoni, scrittrice e neo contadina. Referente per i rapporti solidali fra esseri umani. Recapiti: lucillapavoni@libero.it – Cell. 338.7073857

Paolo D'Arpini, cercatore spirituale laico e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per le Pubbliche Relazioni. Recapiti: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293 - 0761/587200 


Altri membri e simpatizzanti stanno ancora meditando sul come offrire la propria collaborazione alla comunità bioregionale, se fra i lettori, che si riconoscono nel messaggio dell'ecologia profonda, c'é qualche volontario.. é benvenuto nel mucchio!

Paolo D'Arpini,   addetto alle Relazioni Pubbliche per la Rete Bioregionale Italiana

Ah, rammento ai lettori che per aderire alla Rete é sufficiente sottoscrivere il manifesto fondativo (o carta degli intenti), vedi sopra, e di inviare una email di conferma allo scrivente.

 

Resoconto dell'incontro di San Severino Marche:

http://www.google.com/search?client=gmail&rls=gm&q=resoconto%20incontro%20bioregionale%20san%20severino%20marche%2030%2031%20ottobre%202010

...............

Adesione dell'ultim'ora:

CI SONO ANCH'IO....

Carissimi,
ci sono anch'io, Teodoro Margarita, seedsaver, già consigliere federale di Civiltà Contadina e collaboratore della Rete.
Per l'area comasca contate su di me, già che stanno nascendo realtà interessanti di cui darò conto. un ecovillaggio in Val d'Intelvi, per esempio, una realtà di ricerca spirituale tra Como e Lecco ed altre cose che il sottoscritto collega e  tiene insieme.
Recapito: 031 683431 ore serali.
Un buon rinascimento alla Rete Bioregionale Italiana.
thermidore@yahoo.com

...........

Mia rispostina:
Ti abbracciamo con profondo rispetto ed affetto... per salvare assieme  i semi della antica conoscenza....


8 ottobre 2010

Paolo D'Arpini: “Il vero federalismo é solo bioregionale - No alle Regioni carrozzoni, sì alle Province espressione della comunità locale...”


Il vero federalismo é solo bioregionale

No alle Regioni carrozzoni, sì alle Province espressione della comunità locale...”

Mi tocca tornare sul discorso del “federalismo” vista la spinta governativa verso l'attuazione di una riforma che contribuirebbe ad alienare ulteriormente il senso dell'appartenenza al luogo allontanando vieppiù gli abitanti dalle istituzioni ed oscurando l'identità locale, nazionale ed Europea.

La costituzione degli Enti Regionali in Italia é stato uno dei mali della politica nostrana, tesa a spartirsi la torta amministrativa. Ha fatto comodo ai partiti che si sono creati delle piccole repubbliche all'interno dello stato contemporaneamente permettendo agli amministratori locali di mungere alle prebende pubbliche e gestire le ricchezze del popolo a fini personalistici. Prova ne sia -ad esempio- il gonfiamento paradossale della spesa sanitaria, con norme interne, attuazioni e finalità differenziate, con l'impossibilità di trasferimento da una Regione all'altra come si trattasse di stati esteri e  con la suddivisione delle cariche e degli enti fra i soliti congiunti politici, senza nessun reale beneficio per la salute pubblica. Ma non voglio parlare di questo... per ora!

L'Italia é un piccolo paese che per secoli ha patito il male della suddivisione in vari staterelli, il risultato é che solo dopo l'unità (di cui fra poco ricorre il 150° anniversario) si é ripreso a parlare di identità nazionale ed é stato possibile costruire un popolo, con tutte le difficoltà che ancora persistono e che sono visibili nella nostra società “spaccata” fra nord e sud... fra est ed ovest, fra isole e promontori...

 

Nel frattempo in Europa, a partire dalla fine dell'ultima guerra mondiale, é andato avanti un processo unificatorio che ora si chiama Comunità Europea. Questa unione é buona per il vecchio continente che ha subito per troppi anni divisioni e guerre intestine. La distribuzione dei poteri in chiave di separazione politica non aiuta assolutamente l'integrazione fra i popoli.

Perciò consideriamo quale potrebbe essere la conseguenza di un “federalismo”(come si prefigura questo che si vuole attuare) che parte dal concetto della separazione delle varie realtà della penisola ai fini di gestire “meglio” le singole ricchezze. Questa nuova parcellizzazione dell'Italia porterà ulteriori mali al popolo italiano ed all'Europa tutta. La costituzione di -a tutti gli effetti- nuove “repubblichette” indipendenti all'interno del contesto nazionale ed europeo non sarà un vantaggio per la comunità, anzi porterà guai, delusioni ed odi... E di questo non abbiamo bisogno proprio ora che la crisi economica galoppante e la spinta allo sfacelo morale si fa più forte in Italia e nel mondo.

C'é bisogno di solidarietà e di capacità di riconoscersi con il luogo in cui si vive senza però cancellare l'unitarietà della vita e la consapevolezza che il pianeta é uno come una é la specie umana. Non si può continuare a separare la comunità degli umani su basi etniche o “sociali” o “religiose” o “politiche”... L'integrazione é solo una ovvia conseguenza del vivere in luogo riconoscendolo come la propria casa. Perciò il vero federalismo può essere solo bioregionale ed il riconoscimento con il luogo di residenza deve avvenire nelle forme più semplici e vicine al contesto socio/ambientale in cui si vive. Questo contesto é ovviamente la comunità del paese, e della città che riunisce una serie di paesi in una comunità facilmente riconducibile ad una identità condivisa. Questa é la “Provincia”. Le Province lungi dal dover essere eliminate dovrebbero anzi assurgere al ruolo rappresentativo dell'identità locale e tale riconoscimento non alienerebbe la comunione ed il senso di appartenenza all'Europa ed al mondo bensì aiuterebbe il radicamento al luogo in cui si vive e la responsabilizzazione a mantenerlo sano e compatto.

C'é inoltre da dire che dal punto di vista storico le Province da tempo immemorabile hanno rappresentato il “luogo di origine” mentre le Regioni sono state create massimamente a tavolino per soddisfare esigenze politiche indifferenti alla comunità. Vedesi la costituzione del Lazio, formato per soddisfare le esigenze di una città che doveva essere la capitale di un nuovo impero, costituito smembrando la Tuscia, rubando territori all'Umbria (Rieti) e aree all'ex Regno di Napoli (Formia, Gaeta, etc.). Oggi Roma ed area metropolitana con i suoi 6 milioni di abitanti (più i non registrati, quasi altrettanti) ha completamente fagocitato il territorio e la gestione delle risorse relegando il ruolo delle Province storiche a quello di “fornitura di servizi e ubicazione di scomodi impianti inquinanti”... (Ma é logico quando si vede che i 9/10 dei residenti laziali stanno a Roma e siccome siamo in democrazia così deve andare...). In verità le grandi città metropolitane dovrebbero essere tutte “città regione” e magari pure decrescere.. se si vuole che il cancro da loro rappresentato non si propaghi al territorio...

Ma non voglio allargarmi troppo oltre l'argomento menzionato nel titolo.

Paolo D'Arpini

http://www.circolovegetarianocalcata.it/2010/10/07/30-e-31-ottobre-2010-san-severino-marche-%e2%80%93-incontro-annuale-della-rete-bioregionale-italiana-in-occasione-di-samahinognissanti-%e2%80%9cbentornati-a-casa%e2%80%9d/

Altri articoli sul Bioregionalismo:
 

http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=bioregionalismo
 

http://paolodarpini.blogspot.com/2010/10/rete-bioregionale-italiana-il-vero.html
 

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7 aprile 2006

Incontro Rete Bioregionale Italiana

Cari amici della Rete,
all'incontro di Avalon proporrò di trattare i seguenti temi:
- Oltre la destra e la sinistra senza dimenticare le nostre radici di nativi europei.
- Proposta di adozione da parte della Rete Bioregionale Italiana del Manifesto dell'Era Ecozoica di Thomas Berry.
Inoltre porterò la chitarra e le mie canzoni ecopacifiste dell'Orecchio Verde create musicando poesie e filastrocche di Gianni Rodari.
Stefano Panzarasa
(Bioregione Bassa Valle del Tevere)

Disegno di Emanuele Luzzati




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27 marzo 2006

Rete Bioregionale Italiana

Da Renato Pontiroli

5 – 6 – 7 Maggio AVALON


Incontro della RETE BIOREGIONALE ITALIANA


  • Dalla zolla alla Madre Terra: un percorso, un processo, una intuizione, una ricerca o.... una espansione della coscienza?

  • Il selvatico: da amare, da rispettare, da conoscere

  • incontro tra le reti: Bioregionalismo, Ecovillaggi, AAM Terra Nuova, CIR, Seminasogni, Critical Wine, Movimento per la Decrescita Felice......alla ricerca di un terreno comune


Avalon è uno dei villaggi del popolo elfico, comunità nata agli inizi degli anni 80 sulle montagne pistoiesi, che vive in autogestione e autosufficenza la propria alterità. Per arrivare ad Avalon: uscita autostrada Pistoia, sulla circonvalazione prendere per Cantagrillo, proseguire direzione Cecina per 5 Km. poi strada sulla destra per “villa campo fiorito”, dopo la villa mt.1500 sterrato bianco e siete arrivati (da Cantagrillo troverete segnali per raggiungere Avalon ).

Chi arriva in treno davanti alla stazione, a circa 200 mt. trova la fermata autobus per Cantagrillo (numero 18 ), da li prosegue a piedi o autostop per circa 6 Km...... in casi disperati tel. 339-1260175

Le varie realtà che partecipano agli incontri editano 4 newsletter:

C.I.R. - ( corrispondenze informazioni rurali ) : nato durante la fiera dell'autogestione 1998, redazione itinerante a cura dei gruppi che praticano l'autosufficenza e l'autogestione.

Seminasogni folk – dall'esperienza del cir foglio bimestrale che raccoglie esperienze e realtà dalle Marche e Umbria.

Lato Selvatico – storica rivista della Rete Bioregionale Italiana, con autori che vanno da Peter Berg a Gary Snyder, da Nanao Sakaki a Star Hawk.

Quaderni di vita Bioregionale – redazione itinerante, racconta esperienze dalle varie bioregioni.

INFO- Renato: selvaticir@libero.it – tel. 3404933825 (sera).

Oppure scrivere a Mario Cecchi - Avalon, 51010 Montevettolini ( Pistoia )




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10 luglio 2005

Ri-abitare

RI-ABITARE

   Se le nostre relazioni con il pianeta sono dettate da una convinzione di supremazia: alcuni uomini su altri uomini, alcune culture su altre culture, l'homo sapiens su tutte le altre specie, allora una monocultura globale sarà inevitabile.
   Il globalismo nel volgere di alcuni anni, strapperà preistoriche forme di vita dalla loro nicchia ecologica, livellerà montagne, e quando deciderà di bloccare le sovvenzioni, sradicherà equilibrate culture locali. Il globalismo ha bisogno di radicarsi da qualche parte sul pianeta mentre ordina scorrerie mortali in ogni dove.
   Ma l'antico vivere planetario è stato riscoperto. C'è una delicata compartecipazione fra ciascuno di noi, una profonda continuità fra le specie e una necessaria identità con i processi della Terra, dei quali possiamo scegliere di non condividere solo a nostro rischio.
   C'è un crescente numero di ri-abitanti che si sono dichiarati fuori da questo duro verticismo e il sentiero guida all'essenzialità del cibo e dell'acqua, a un senso di vita nel posto, ad apprendere dai nativi del luogo i nomi delle cose e dello spirito cosmico del posto. Ogni cosa che si riferisce al sentimento di appartenenza ad un luogo ha quasi niente a che fare con il paese, stato, provincia e ai confini nazionali.
   La gente di città e di campagna sono tutti sullo stesso pianeta. Tutti vivono in distinte bio-regioni, pieghe assolutamente uniche nella pelle del pianeta. La loro interdipendenza nel ciclo della vita non è un esoterico teorema riservato a bio-ingegneri globali o corporativistici pianificatori ambientali. E' la loro vita, il loro spirito, la loro eredità come specie. Le genti native sanno già tutto questo, e la loro lotta per recuperare e mantenere il loro tradizionale/nativo modo di vivere è di ispirazione per quanti si sentono ri-abitanti.
   Ri-abitare significa recuperare la dimensione del senso del pianeta. Un lavorare per essere parte della più lunga tradizione disponibile: il riuscito adattamento della nostra specie sulla Terra.
   Ri-abitare significa difendere il proprio spazio da invasioni geopolitiche, formando alleanze per condividere culture abitative, studiare le naturali continuità indigene, assegnare priorità per il ripristino del sistema-vita, lavorare all'interno delle energie regionali e dei limiti materiali, sviluppare forme di interazione sia urbane che di campagna, e creare legami di supporto fra le bioregioni.

Peter Berg




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