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RETE BIOREGIONALE ITALIANA - La pratica del bioreregionalismo e dell'ecologia profonda
 
 
 
 
           
       

La Rete Bioregionale Italiana è ispirata dall'idea di Bioregione: aree omogenee definite dall'interconnessione dei sistemi naturali e dalle comunità viventi che le abitano.
Una bioregione è un insieme di relazioni di cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte della più ampia comunità naturale che ne definisce la vita.

Qui di seguito i nomi dei primi fra i nuovi referenti tematici della Rete Bioregionale Italiana che a titolo volontario intendono mettere a disposizione di tutti le conoscenze acquisite nel loro percorso di pratica ecologista:

Daniela Spurio - Grafica e fotografa - Impaginatrice dei Quaderni di
Vita Bioregionale - "Viverecongioia Jesi" dhanil@live.it,

Giorgio Vitali, presidente Infoquadri, Referente per il Signoraggio monetario ed aspetti economici correlati. Email.  vitali.giorgio@yahoo.it, - Tel. 393.6542624 

Rita De Angelis ritadeangelis2@alice.it e cell. 3385234247 - ecologia casalinga

Antonella Pedicelli, docente di filosofia, residente a Monterotondo (Sabina Romana)Referente per rapporti con le scuole e interventi formativi di recupero e attenzione verso la cultura bioregionale. Email: hariatmakaurr@gmail.com 

Claudio Martinotti Doria, monferrino, storiografo e ricercatore di storia locale ed economica, saggista, ambientalista libertario e localista. Referente per le Politiche economico ecocompatibili. Email: claudio@gc-colibri.com  tel. 0142487408 - Sito web: http://www.cavalieredimonferrato.it

 Benito Castorina, docente universitario per l'economia agricola e coltivatore di erba vetiver. Referente per l'agricoltura contadina e produzione energetica ecologica. Recapiti: benito.castorina@fastwebnet.it - Tel. 06.8292612 - 338.4603719

Avv. Vittorio Marinelli, presidente di European Consumers,
Via Sirtori, 56, 00149 Roma. Email:
vitmar@tiscali.it - Tel.
348.1317487 - Referente per l'ecologia nei consumi.

Caterina Regazzi
, medico veterinario Referente per il rapporto uomo/animali e zootecnia. Recapiti:
caterinareg@gmail.com – Cell. 333.6023090

Fulvio Di Dio, residente ad Amelia (Terni), funzionario alla Regione
Lazio Assessorato Ambiente
. Email.
fulvio.didio@libero.it - Tel.
329.1244550. Referente per l'ecologia nelle aree urbane.

Manuel Olivares, scrittore e giornalista sociologico esperto in comunità, fondatore della casa editrice “Vivere Altrimenti”. Referente per i rapporti con le comunità, comuni ed ecovillaggi. Recapito: info@viverealtrimenti.com

Sonia Baldoni, esperta di erbe officinali e cure naturali olistiche. Referente per il rapporto con gli elementi della natura e con lo spiritus loci. Recapiti: Cell. 333.7843462 - sachiel8@virgilio.it

Teodoro Margarita, seedsaver, già consigliere federale di Civiltà Contadina e collaboratore della Rete. Referente per l'area comasca, ecovillaggio, ricerca spirituale. Recapito: 031.683431 ore serali.

Stefano Panzarasa, geologo e musicista, Responsabile Ufficio Educazione Ambientale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per l'educazione ambientale ed ecologica. Recapiti: bassavalledeltevere@alice.it  -  blog (cliccare qui sotto): www.orecchioverde.ilcannocchiale.it  tel.. 0774/605084

Lucilla Pavoni, scrittrice e neo contadina. Referente per i rapporti solidali fra esseri umani. Recapiti: lucillapavoni@libero.it – Cell. 338.7073857

Paolo D'Arpini, cercatore spirituale laico e membro fondatore della Rete Bioregionale Italiana. Referente per le Pubbliche Relazioni. Recapiti: circolo.vegetariano@libero.it – Tel. 0733/216293 - 0761/587200 


Altri membri e simpatizzanti stanno ancora meditando sul come offrire la propria collaborazione alla comunità bioregionale, se fra i lettori, che si riconoscono nel messaggio dell'ecologia profonda, c'é qualche volontario.. é benvenuto!

Paolo D'Arpini, addetto alle Relazioni Pubbliche per la Rete Bioregionale Italiana

Per aderire alla Rete Bioregionale Italiana é sufficiente sottoscrivere il manifesto fondativo (o carta degli intenti) e di inviare una email di conferma a:  circolo.vegetariano@libero.it

 

 
 
 
 

 
28 febbraio 2013

Protesta contro il dimissionario Terzi che vuole inviare armi ai ribelli siriani

Il 28 febbraio il ministro tecnico e uscente Terzi ha  convocato a Roma undici paesi sostenitori dell'opposizione armata in Siria e propone un maggiore aiuto militare, che fomenterà la guerra e prolungherà la tragedia (v. qui: http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130222/manip2pg/07/manip2pz/336360/ e
 
Terzi agisce disinformando e nascondendo i crimini commessi dai gruppi armati.
 
La Rete No War Roma chiede a cittadini e gruppi di mandare agli uffici del ministro tecnico e uscente Terzi (segreteria.terzi@esteri.it; gabinetto.ministro@cert.esteri.it;gabinetto@esteri.it;giulio.terzi@esteri.it; poi anche al ministro Riccardi: segreteria.ministroriccardi@governo.it e chi ha facebook vada sulla pagina del Terzi e mandi) il seguente messaggio
 
nell'Oggetto mettere (per dargli subito un'idea): A Terzi: illegale il sostegno a gruppi armati in Siria!
 
ED ECCO IL testo da mandare con le vostre firme al fondo
 
CITTADINI ITALIANI AL MINISTRO USCENTE E TECNICO TERZI E AL GOVERNO TECNICO E USCENTE MONTI:
E' ILLEGALE E IMMORALE ARMARE L'OPPOSIZIONE IN SIRIA. BASTA FOMENTARE LA GUERRA E I GRUPPI JIHADISTI! SI' A UN VERO NEGOZIATO DI PACE SULLA BASE DELLA CONFERENZA DI GINEVRA DEL GIUGNO 2012
 
Il ministro tecnico e uscente Terzi ha già dichiarato che il 28 febbraio 2013 alla riunione degli «undici paesi più coinvolti nella gestione della crisi siriana» propone maggiori aiuti militari («assistenza tecnica, addestramento, formazione») ai gruppi armati dell'opposizione.
 
Ricordiamo al ministro tecnico e uscente che armare l'opposizione armata è anti-umanitario, perché significa a) fomentare la guerra e prolumgare la tragedia in Siria, b) aiutare gruppi responsabili di attentati, massacri di civili, torture ed esecuzioni come ormai affermano perfino i media (anche se il ministro nasconde tutto ciò), c) boicottare ogni spazio negoziale serio sulla base degli accordi di Ginevra del giugno 2012.  
 
 
Invitiamo, come cittadini italiani, il ministro uscente Terzi e il suo governo tecnico a non prendere decisioni così gravi che  impedirebbero qualunque spiraglio negoziale e finirebbero per armare gruppi stragisti.
 
Ricordiamo al governo uscente e al ministro uscente che questo operato non solo fomenta gli scontri ma viola leggi italiane e internazionali. Fra queste la legge italiana 185/1990 sul commercio delle armi.
 
Ricordiamo al governo uscente e al ministro uscente che l’art. 286 del Codice penale italiano punisce con l’ergastolo “Chiunque commette un fatto diretto a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato”, norma che, per analogia, dovrebbe applicarsi anche a paesi terzi. 
 
Ricordiamo al governo uscente e al ministro uscente che non solo la Carta dell'Onu impone ai paesi di perseguire politiche estere di pace anziché fomentare guerre, ma la fornitura di armi e risorse a forze che combattono contro un governo riconosciuto dall'Onu è illegale ed è una grave violazione del diritto internazionale.

DATA E FIRMA




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27 febbraio 2013

Bioregionalismo ed il ritorno a casa...

Riflessioni sul ritorno alla casa bioregionale, in cui tutti siamo

 


 
Quando si parla di bioregionalismo  si dice: "Riabitiamo il luogo, torniamo alla nostra casa..."  è una frase talmente comune che a qualcuno viene a dire “…va bene – è con questo?”.  
Entrando però più profondamente nel pensiero, subito  si scopre non solo il conflitto drammatico di quelli che vorrebbero tornare a casa, ma non possono, o quelli che non sono mai i benvenuti e sempre stranieri in un altro paese – l’aspetto più triste del tema – si scopre inoltre un’ampia varietà, del tutto soggettiva, al riguardo della domanda:  cosa significa per te tornare a casa?”
Così è successo a me – e vorrei parlare delle mie esperienze con il tentativo di avvicinarmi ad un tema che più che si pensa, va a toccare il fondo della nostra esistenza.
Ammetto che all’inizio delle mie indagini mi sono limitata a definire meglio cosa significa per me letteralmente la parola CASA insieme al suo senso figurato.
Ne so qualcosa, perché in vita mia ho cambiato tante volte casa – sebbene ho trascorso tutta la mia infanzia e fino a quasi venti anni in un piccolo paese, nel verde, ben protetta dai miei genitori.
Ma dopo mi piaceva questa vita un po’ da nomade – la diversità di case e luoghi mettevano le ali alla mia fantasia – la necessità di affrontarmi e integrarmi sempre di nuovo veniva incontro alla mia curiosità.
In questo senso ho vissuto questi anni come una esperienza positiva e senza grandi conflitti – se non siano quelli personali – ma non tutti questi posti mi sono rimasti nella mente e nel cuore come CASA – e in alcuni non ci vorrei più tornare proprio. Visto da ora li potrei definire passaggi – senza alcun rimpianto.
Solo due di questi posti nel mio passato (ed erano due città, non campagna) hanno creato dentro di me questa sensazione difficile da descrivere – un sentirsi bene, appagati e in un certo senso anche sereno e protetto – un’armonia fra le proprie ‘quattro mura’, l’ambiente, i contatti sociali ecc. nonostante le cose difficili di un quotidiano. In questi posto c’è stato qualcosa in più che mi attirava – un qualcosa come l’atmosfera o meglio l’Anima del luogo, come si dice in gergo – la quale si percepisce spesso prima del rendersene conto.  Solo per questi posti sento ancora la nostalgia e delle volte la voglia di tornarci. E certamente per la casa della mia infanzia della quale sento ancora l’ intensità di profumi e calore, l’incanto dei posti segreti della bambina e tanto amore – emozioni che risvegliano ancora in me la parola Casa in tutta la sua dolcezza.
Sono convinta che è stato questo ricordo insieme all’Anima del luogo che ad un punto della mia vita mi hanno chiamato e condotto qua – dove alcuni anni fa pensavo di aver trovato “L’isola che non c’è”. Un pezzo di terra quasi abbandonata in piena campagna nel verde della antica terra degli Etruschi. Una natura intatta, selvatica, con frutta di ogni tipo, florida e solare, e le notti di un silenzio profondo con un cielo avvolto sopra di me con un mare di stelle. Non conoscevo ancora nessuno, stavo solo con il mio cane e tre gatti, una immensità di lavoro, l’inverno freddo con un solo camino a legna, una vita abbastanza dura, ma io contenta e felice lo stesso, convinta di essere ritornata a casa.
Arrivata con le mie riflessioni a questo punto, l’eco di un diluvio di pensieri e emozioni sfiorò la mia mente.
Non avevo sentito un riverbero di questa sensazione, di questo ’sentirmi a casa’, anche in posti dove non ho mai vissuto? Posti conosciuti in un viaggio, certi posti o città dove sapevo con imperturbabile sicurezza le vie – o un dejà vu talmente forte da togliermi il fiato – lo spontaneo incontro con persone che mi sembravano subito famigliari – un effimero intrecciato che evocava in me gioia di vivere e energia.
O il grande deserto, il Sahara, con il suo maestoso silenzio che mi ha svegliato una mia identità fino ai più profondi sogni – un immensità trasformata in me come un riverbero di Antica memoria – un sorriso, un tocco leggero, il vento portatore di voci, di gioia e dolore – il tronco di un albero immenso nel suo splendore, un riflesso sull’acqua – il ritorno all’origine …
Il tocco dell’Antica memoria, conservatrice della storia della nostra terra e il suo posto nell’universo, che ci fa rammentare molto di più di quello che ci sembra così tanto apparente. Certo che Lei vive anche in noi come in ogni particella dell’esistenza.
Ed e Lei che ci fa percepire l’Anima del luogo (e anche l’Anima del prossimo) – e chi non crede in una rinascita potrebbe anche definirla come una memoria universale dove ogni particella, e certo anche quelle spirituali, riconoscono la loro origine e la loro ’stirpe’.
Il ritorno a casa come un percorso e una nostalgia che portiamo dentro di noi finché non abbiamo trovato gli ‘elementi’ che ci danno il segnale: Sei arrivato! Anche nel senso metaforico.
Pensare che L’Antica memoria si è nutrito da sempre di un oggi per un lontano futuro ci dovrebbe aprire la mente per la nostra esistenza. La parola “quello che hai fatto per il tuo prossimo hai fatto anche per te” non è un altruismo, anzi. Ci ricorda ai frutti del nostro fare nel bene e nel male – le tracce che lasciamo – ci ricorda la responsabilità dell’individuo verso la vita e quella Casa in comune che ci offre la nostra terra. La paura di perderla dovrebbe risvegliare l’amore per questa Madre Terra – maltrattata e sofferente.
Ma i suoi figli la sfruttano con arroganza e dispetto, calpestano e avvelenano i suoi frutti, odiano dove dovrebbero amare senza ricordarsi da dove vengono e dove vanno – ma La Madre ci offre ancora il suo abbraccio.
Ritorniamo allora a casa prima che si è fatto buio come ci dicevano le nostre madri quando siamo stati bambini. Torniamo tutti quanti insieme, a piccoli passi, prendendoci per mano. Passi come quello di oggi dove L’anima del luogo ci sorride e ognuno di noi porta il suo dono: sia dolore, amore, affetto, speranza.

Christa Efkemann


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26 febbraio 2013

Esempio di bioregione culturalmente omogenea: l'Agro Falisco

Esempio di bioregione culturalmente omogenea: l'Agro Falisco

 

 
Vista della valle del Treja da Calcata

 

Ricordo che abitando a Calcata,  la culla della civilizzazione falisca, ed avendo da poco contribuito alla fondazione della Rete Bioregionale Italiana, mi cimentai nel tentare di individuare la mia bioregione di appartenenza, considerando sia l'aspetto storico che geomorfologico. 

Infatti sapevo che negli USA, dove il concetto bioregionale era riemerso in seguito ad una presa di coscienza sull'identità dei luoghi, si interpretava il bioregionalismo più che altro in termini geografici, facendo combaciare i "limiti" bioregionali con quelli di un habitat naturalistico, un bacino fluviale, una pianura, un deserto, una montagna.. etc.  



Ovviamente la nostra matrice europea e la considerazione del Genius Loci di una specifica area fece sì che l'individuazione del territorio bioregionale in cui mi riconoscevo avesse sia le caratteristiche di uno specifico territorio caratterizzato da rocce tufacee, vegetazione e fauna, corsi d'acqua, etc,  ma soprattutto contraddistinto da una originale civiltà storica, quella dei Falisci. 

Quello che segue è un testo discusso e commentato durante un incontro bioregionale tenuto a Faleria, verso l'autunno del 2008, in cui si parlava tra l'altro della formazione di un "parco culturale  dell'Agro Falisco", un tema che era stato dibattuto in varie sedi e da parecchi anni (a cominciare dalla fine degli anni '70) in vari incontri tenuti a Calcata, a Civita Castellana, a Nepi, a Campagnano, etc.

La culla della civilizzazione falisca.

A valle della stretta di Orte, dopo aver ricevuto le acque del Nera, il fondovalle del lume Tevere si allarga gradatamente e, prima di compiere la grande ansa che si è dovuto aprire intorno al monte Soratte, viene accresciuto, quasi nello stesso punto, a sinistra dal torrente Aia ed a destra dal Treja. Questo luogo per secoli ha rappresentato il crocevia di due importanti civiltà italiche, quella Falisca e quella Sabina. Tutta l’area è dominata dalla massiccia presenza del Soratte, una montagna ritenuta sacra, che si solleva unica ed atipica, con il bianco del suo calcare, nel piatto paesaggio vulcanico che la circonda. Questa era la sede del Dio Soranus, l’antico nome di una divinità solare, che dall’alto protegge tutto l’Ager Faliscus.

I Falisci sono una popolazione di origine indoeuropea che prosperarono nell’area bagnata dal fiume Treja e dai suoi affluenti. Questo complesso sistema di corsi d’acqua forma un bacino idrografico piuttosto ampio che, infatti, coincide con la regione anticamente conosciuta come “Agro Falisco”.

Questo territorio è geograficamente delimitato da una serie di colline che si aprono verso nord-est. La parte interiore del bacino ha un andamento Est-ovest, mentre la parte più alta tende verso Nord-est. È in questo settore che si trovano i rilievi maggiori. quali la macchia di Monterosi (mt. 430), Il Monte Roccaromana (mt 812) ed il Monte Calvi, tutti appartenenti all’apparato vulcanico Sabatino; mentre Poggio Cavaliere (mt 809). Poggio Maggiore (mt. 622) ed il Monte San Rocco (mt. 700) fanno parte del complesso Vicano. Nella parte interiore del suo bacino il Treja scorre essenzialmente verso Nord, seguendo in senso inverso la direzione del primordiale percorso del Tevere (Paleotiber) mentre in prossimità di Civita Castellana cambia bruscamente direzione volgendosi a confluire nel Tevere.

Amministrativamente il bacino del Treja è compreso fra le due province di Roma (Rignano Flaminio, Sant’Oreste, Magliano Romano, Mazzano Romano, Campagnano di Roma, Sant’Oreste, Morlupo, Capena, ed altri) e Viterbo (Bassano Romano, Calcata, Capranica, Faleria, Corchiano, Caprarola, Castel Sant’Elia, Civita Castellana, Sutri, Monterosi, Nepi, Ronciglione, ed altri), complessivamente la popolazione residente nell’intero bacino è di circa 200.000 abitanti e la sua estensione è di poco più di 700 chilometri quadrati. Probabilmente questa è la ragione che ha permesso la conservazione degli ecosistemi vegetali delle forre del Treja, aree troppo impervie e di difficile utilizzazione agricola.

Le formazioni vegetali tipiche sono rappresentate da una mescolanza di alberi a foglie caduche e di sempreverdi, definite dai botanici come boschi di transizione di querceti misti. Nel nostro caso alla presenza dei querceti misti è connessa una situazione di microclima locale determinato dalla particolare situazione orografica e del suolo. Gli alberi di questi boschi sono per la parte sempreverde il leccio e per la componente caducifoglia la roverella, il ceno, il tarpino nero e l’acero campestre. Nella spalla di tufo, libera da vegetazione, nidificano i passeri, mentre il gatto selvatico riposa al sole di piccole radure. Nelle cavità ricoperte di edera e vitalba si trovano i nidi dell’allocco e del gufo e la tana invernale del gufo.

I ruderi abbandonati o le grotte offrono riparo ai tassi ed alle volpi.

Nel fori dei muri nidificano i barbagianni mentre le cime dei grandi alberi e le crepe delle rocce più ripide permettono ai rapaci, come il falco lanario, di nidificare. Le acque limpide di alcuni fossi ospitano il bel gambero di fiume, che ancora si nasconde sotto i massi di tufo ed è una preda notturna della puzzola. Ma la fauna è sempre più messa a repentaglio da una dissennata utilizzazione del territorio che non risparmia nell’uso di fertilizzanti, anticrittogamici ed insetticidi e diserbanti, mentre l’edilizia induce a tagliare sempre nuove fette di territorio vergine. È per tutti questi motivi che dalle associazioni protezioniste, soprattutto la Legambiente di Civita Castellana ed il Comitato per l’Agro Falisco di Calcata, giungono continue sollecitazioni per arrivare ad un ampliamento dell’area protetta, allargandola a tutte le forre del bacino del Treja.

Tutto questo territorio è oggi sede di importanti attività umane. L’utilizzazione prevalente è quella agricola. Le attività industriali sono concentrate nell’area che gravita attorno al comune di Civita Castellana. Altra attività caratteristica è quella estrattiva, con la presenza di numerose cave di tufo, che in alcuni casi hanno modificato radicalmente l’assetto originario del paesaggio.

Per quanto riguarda gli aspetti colturali si ha una netta divisione fra la parte alta del bacino, in cui prevalgono i noccioleti e castagneti, e quella inferiore con i prati-pascoli e seminativi. Un po’ ovunque sono distribuiti oliveti e vigneti.

Nel territorio di Nepi, dove maggiore è la disponibilità di acqua superficiale, è particolarmente praticata l’orticoltura. La ceramica è l’attività industriale più diffusa, una tradizione che si ricollega alla grande quantità di oggetti in terracotta rinvenuti sin dal periodo falisco, ma oggi essa è fonte di grave inquinamento, provocato dai residui chimici degli impasti e dei colori, tra cui desta preoccupazione la presenza di piombo e cadmio. Infatti, malgrado gli impianti debbano essere dotati di depuratori, spesso questi non funzionano a dovere o addirittura non vengono nemmeno azionati.

Di conseguenza si possono incontrare nei fossi che confluiscono nel Treja grandi chiazze giallastre o bianche. C’è da dire però che il maggiore danno ambientale viene causato dagli scarichi civili dei numerosi centri urbani, in quanto le loro reti fognanti scaricano nel fiume senza essere minimamente depurate. Tuttavia anche se questo territorio è considerato un ambiente fortemente antropizzato si rinvengono ancora formazioni vegetali di tipo forestale, per lo più localizzate nella parte centrale del bacino del Treja, dove i corsi d’acqua, incidendo profondamente i depositi vulcanici, danno origine ad una serie di forre, che rappresentano un’unità morfologica di grande interesse naturalistico. 

Su queste ruvide pareti tufacee sono state scolpite le necropoli e le dimore rupestri che sono la caratteristica del paesaggio dell’Agro Falisco, infatti i Falisci trasformarono le rupi in schiere di facciate architettoniche. L’esecuzione di scavi nella roccia tufacea ed il suo uso particolare ha rappresentato un archetipo che servì come modello per le popolazioni avvicendatesi sul territorio. Il primo vero e proprio insediamento arcaico, la mitica Fescennium, è una città policentrica (risalente al 1200 a.C.) che è stata localizzata fra Narce, Pizzopiede e Monte Lisanti, proprio sulle rive del Treja, in un’area che attualmente ricade nei comuni di Calcata e Mazzano Romano. È perciò da qui che ebbe origine la tribù dei Falisci ed è qui che, con decreto regionale del Lazio del 1982, fu costituito il primo lembo dell’area protetta delle forre, denominato Parco suburbano della Valle del Treja. Invero l’Agro Falisco pullula di siti naturali, adatti alla edificazione, infatti molti sono i centri fortificati che punteggiano questo territorio.

Falleri (l’attuale Civita Castellana) fu la città più popolosa, anche se non assurse mai al ruolo di capitale, essendo la civilizzazione dei Falisci costituita in federazione di libere città stato. Altri centri importanti furono Nepet (Nepi), Sutrium (Sutri) e la già nominata Fescennium (Narce).

L’identità culturale del popolo falisco, anche dopo la definitiva conquista romana avvenuta nel 241a.C., rimase sotto fora di religione di cui Giunone Curite (Dea della fertilità) era la massima espressione. Durante il periodo romano il bacino del Treja fu attraversato dalla via Amerina che, all’altezza dell’attuale Monterosi deviava in direzione di Amelia (Umbria) edè lungo questa direttrice che si spostò la maggior parte della popolazione e delle attività. Fu durante le invasioni barbariche che le genti l’Agro falisco ripresero ad occupare i siti ben protetti del periodo pre-romano e nacquero così centri come Castel Porciano, Filissano, Stabia ed in particolare Castel Paterno (attualmente nel territorio comunale di Faleria) dove l’imperatore Ottone III stabilì la sua residenza nella speranza di restaurare il Sacro Romano Impero, ed i due centri storici di Calcata e Mazzano Romano, attualmente inseriti nel Parco del Treja. 


La struttura urbanistica di questi abitati era, ed è, molto semplice: una o due vie mediane longitudinali attraversate da più strette vie trasversali; al centro, la piazza grande con la chiesa, il municipio e le abitazioni dei nobili; all’estremità della parte accessibile era collocato il castello: come baluardo difensivo sormontato da una torre di avvistamento. Infatti in epoche di grandi sconvolgimenti era più sicuro abitare in posti piccoli ed isolati mentre in epoche con stabilità economica è più agevole abitare lungo le grandi vie di comunicazione. Ciò che è un ricordo del passato è facilmente verificabile ed attuale anche oggi.  
(Fonti storiche da saggi di Paolo Portoghesi, Gianluca Cerri e Gilda Bocconi)


Paolo D’Arpini
Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana

Di questo e simili temi se ne parlerà durante il prossimo Incontro Collettivo Ecologista che si tiene a Vignola (Mo) dal 22 al 23 giugno 2013 - Vedi presentazione:  http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2012/12/premesse-per-lincontro-collettivo.html


25 febbraio 2013

Salviamo il Monte Peglia dall'eolico industriale

Umbria martoriata - Salviamo il Monte Peglia (Terni) dall'eolico pesante

 

 
 



Le associazioni ambientaliste e i comitati dell'Orvietano continuano a opporsi al megaprogetto eolico sul Monte Peglia

 
Continuano a manifestare la loro netta opposizione al progetto del mega impianto eolico sul Monte Peglia, le associazioni ambientaliste ed i comitati di cittadini dell'Orvietano. Lo hanno fatto anche giovedì 21 febbraio presentando osservazioni dettagliate alla Provincia di Terni, responsabile del procedimento di autorizzazione. "Le associazioni ambientaliste ed i comitati di cittadini dell'Orvietano - si legge in una nota stampa - sostengono come la Provincia di Terni avrebbe dovuto dare un parere negativo e interrompere qualsiasi attività istruttoria in quanto l'istanza presentata dalla società Innova Wind srl non ha i requisiti di ricevibilità né tanto meno di procedibilità previsti dalle norme che regolano la materia. Inoltre è del tutto assente l'istruttoria da parte della Provincia in merito ai previsti criteri valutativi relativi all'opera, che peraltro non si colloca nel rispetto dei limiti e delle previsioni del piano energetico regionale vigente né all'interno della recente "Strategia Regionale per la produzione di energia da fonti rinnovabili 2011 - 2013" (D.G.R. 903/2011).
"Nella conferenza di servizi svoltasi il 17 gennaio scorso a Terni - aggiungono - molte delle istituzioni chiamate per legge ad esprimere il loro motivato parere hanno espresso parere negativo (Servizio Beni Ambientali e caccia e Pesca della Provincia di Terni, la Direzione Regionale Beni Culturali e Paesaggistici dell'Umbria) o molto problematico e carente per mancanza di documentazione idonea ad esprimere un parere (TERNA, Comunità Montana O.N.A.T., ENAC). I consigli comunali di San Venanzo e Parrano, comuni che dovrebbero ospitare gli impianti, all'unanimità si sono susseguentemente pronunciati contro. Insomma il progetto, oltre ad essere dannoso per l'economia del territorio e a distruggere un paesaggio tra i più belli al mondo, è carente in troppe sue parti, mostrando sin d'ora la sua inadeguatezza per il territorio in cui si vorrebbe installare. Il testo delle osservazioni conclude con la richiesta alla Provincia di Terni affinché l'autorità competente riveda la decisione scaturita dalla citata conferenza riconvocando altre conferenze necessarie ad eventualmente superare le griglie di ricevibilità e procedibilità, conditio sine qua non per la corretta trasmissione delle istanze alla successiva fase della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), preannunciando sin d'ora ulteriori osservazioni ed opposizioni alla autorizzazione dell'altamente invasivo impianto nella malaugurata ipotesi che ciò venga disposto dalla Provincia di Terni".
Accademia Kronos


23 febbraio 2013

Bioregionalismo ed agricoltura naturale

Ecosistema coltivato: selvatico ed agricoltura bioregionale

 

Danza bioregionale

Ciao Paolo, ti invio il seguito del primo articolo che mi hai pubblicato. (vedi http://bioregionalismo-treia.blogspot.it/search?q=alberto+grosoli)

D’Arpini, arpini, Arpino e l’ Arpinate, mi suonava in testa come una parola già nota, chi era costui? Fantastico google, ha dissetato il mio lapsus di memoria, chi è l’Arpinate per eccellenza? È quel Marco Tullio Cicerone le cui versioni mi toccava tradurre dal latino al ginnasio, ma del  quale mi rimase impresso a vita il suo alto concetto di Agricoltura quale arte e scienza, primaria occupazione dell’uomo libero eccetera. Questo, ti dirò, diede anche forza alla mia scelta di continuare la mia tradizione di famiglia in cui l’essere agricoltori era vissuto non con la vergogna di essere zotici, villani, bifolchi e bovari, ma con un certo orgoglio …. Scusa il divago … un saluto, Alberto.



L’ECOSISTEMA COLTIVATO: SELVATICO E AGRICOLTURA  BIOREGIONALE (2° parte)

“Nella Catena Alimentare non produciamo nulla, siamo commensali, ospiti alla mensa di Madre Terra”: così ho concluso la prima parte di questo scritto, ed in sé questo era vero per i nostri antenati cacciatori e raccoglitori i quali trovarono nutrimento e materie prime rinnovabili necessarie alla loro sopravvivenza nell’ambito degli ecosistemi naturali, in particolare in quello del pascolo, nelle fasce temperate del pianeta.

Ed è vero anche oggi, in quanto non è l’uomo che crea direttamente i propri alimenti, anche se modifica batteri, piante e animali in laboratori di genetica e si crede dio in terra, ma la Natura stessa, la quale, come da sempre, vi provvede benigna: l’uomo semplicemente interviene ed assiste al processo produttivo naturale, ne asseconda le  dinamiche ed i cicli, lo dirige ai fini voluti.  Pone un seme nel terreno smosso, il quale  germina perché ogni seme germina comunque per propria funzione, venga posto da mano umana o sia caduto al suolo dalla pianta madre. Ogni  fattrice avrebbe i propri vitelli e ogni gallina farebbe comunque le uova, fossero liberi in natura, a prescindere dall’allevatore. Coltivare è un atto di cooperazione con Madre Terra, di cui siamo custodi guardiani e non padroni assoluti, che avremmo il dovere morale di consegnare alle nuove generazioni, ai nostri figli, migliore di come l’abbiamo ricevuta dai nostri padri. Così la pensava anche mio bisnonno, a cui dobbiamo, suo figlio, suo nipote ed io ultimo l’eredità delle nostra pur poca terra e della tradizione del viverci da contadini.

Riprendendo il filo del discorso precedente riguardo al terreno incolto che si rigenera a riformare tendenzialmente un ecosistema selvatico, il processo naturale prevede che sia il bosco, alla fine, a prevalere, se non viene disturbato non solo dall’uomo, ma anche da un certo tipo di animali, gli erbivori, il cui habitat non è la foresta, ma il pascolo.

Se un cervo o un capriolo frequentano quel terreno, ruminanti come la capra selvatica, o una lepre, ne provvederanno a brucare ogni germoglio di pianta o cespuglio forestale sia perché si nutrono come ogni erbivoro pure  di fogliame e cortecce tenere, ma perché questa opera di disboscamento precoce è in funzione al creare il loro ambiente ideale: la radura soleggiata in cui crescono le erbe foraggere, in cui si forma  il prato stabile naturale, ricco di essenze diverse, non solo altamente nutritizie ma anche salutari per il benessere animale.
Altro fattore del tutto naturale nella creazione di radure a pascolo è l’incendio accidentale della foresta, per fulmine, e su un terreno bruciato la prima essenza vegetale a ricrescere è un manto erboso, che attira gli erbivori.

Un pastore mi diceva che le sue pecore non rimangono pregne  se pascolano erba di sottobosco, cresciuta all’ombra, hanno bisogno di foraggi che prendano dal sole tutta l’energia diretta. Inoltre, l’humus forestale è acido, vi crescono solo funghi, fragole, sorbi, alberi da bacche e ghiande, l’erba è amara, gli zuccheri si formano meglio in piena luce.
All’analisi chimica i parametri di fertilità organica dell’humus forestale presentano un medio alto rapporto carbonio/azoto, una media capacità di scambio minerale tra suolo e radici, una mineralizzazione rapida, una umificazione completa della materia vegetale che però è più o meno stabile. Un suolo forestale messo a coltivazione può rendere qualcosa per un breve periodo, la qualità del prodotto non è eccellente, la fertilità si esaurisce in fretta anche per dilavamento ed erosione, può avere forti carenze di calcio e magnesio. D’altra parte anche un humus di sole foglie, lignine ed erba ha poco potere nutritivo, se si fa un compost di questi materiali per l’orto, un grande cumulo si riduce a meno del dieci per cento della sua massa iniziale, ha un basso coefficiente isoumico in termini tecnici, non ha un grande effetto nel suolo, è acido ed andrebbe bilanciato con cenere, alcalina.

Il terreno aperto pascolato dagli erbivori invece, la prateria, presenta altre caratteristiche biochimiche e fisiche, è armonico tra acidità ed alcalinità, ha il potere di mantenere questo equilibrio e tamponarne gli eccessi in un verso o nell’altro, il rapporto carbonio/azoto è anch’esso bilanciato, la capacità di scambio degli elementi minerali con le radici è ai massimi livelli, il complesso argilla humus è stabile, l’umificazione completa e la mineralizzazione lenta, la struttura è sciolta, è ideale per la crescita di un certo tipo di piante alimentari selvatiche per il bestiame stesso, il quale contribuisce quindi a creare il proprio habitat o ecosistema e a produrre il proprio nutrimento.

Che non consiste solo di erbe foraggere,  fogliame e cortecce tenere, ghiande, ma, attenzione, anche di cereali, di vegetali molto zuccherini nelle foglie e radici, di tuberi, leguminose, di frutti dolci: tutti, allo stato selvatico furono originariamente loro nutrimento e lo sono ancora oggi. Si provi a lasciar libero un erbivoro domestico e si vedrà che, dopo una qualche distratta boccata d’erba, punterà dritto all’orto o alla vigna o al frutteto. Quando mai la soia Monsanto della moderna dieta “unifeed” è stata alimento forzato del bestiame da 200 milioni di anni a questa parte?

E non è che la Natura  producesse spontanea questi vegetali ovunque, nei boschi, nelle pietraie o sulle spiagge del mare: questi alimenti crescevano solo ed esclusivamente nei pascoli transumanti del bestiame selvatico, nelle praterie e in particolare nelle golene fluviali, ricche di acqua, di cui anche gli animali tutti hanno un gran fabbisogno, è gratuito dono di Natura e tendono questi ad affollarsi dove ce ne sia in abbondanza, presso le rive di fiumi, laghi, stagni e paludi.

Qual è il fattore chiave della fertilità organica di questi terreni? Sono i letami degli erbivori, oltre alle loro carcasse decomposte al suolo, alle loro pelli, ossa, corna, unghie, sangue, misti a materia vegetale decaduta. Tra i concimi organici “antichi”, che ancora oggi pur a fatica si possono trovare, ci sono il cornunghia, la farina d’ossa, la farina di sangue, i cascami torrefatti di cuoio.

Gli erbivori ruminanti, attraverso il loro particolare metabolismo, trasformano la materia vegetale in humus fertile definito scientificamente anche humus delle praterie o humus agrario, sinonimi perfetti, e solo su questo tipo di humus, per le sue specifiche caratteristiche biologiche e fisiche, crescono bene, in salute e nutritivi, quelli che sono i nostri alimenti vegetali primari, oggi addomesticati, selezionati e migliorati talvolta, o peggiorati, che derivano da quelli selvatici originari: cereali, ortaggi, legumi e frutta.

Questa funzione di produttori di humus fertile è in particolare propria degli erbivori ruminanti, poligastrici, di quelli cioè che hanno tre sacche ruminali oltre allo stomaco, le corna e l’unghia bifida. Nelle tre sacche ruminali la materia vegetale viene scomposta da batteri, funghi e protozoi di ceppi che si trovano normalmente anche sul terreno, si sono adattati alle condizioni anaerobiche dei rumini, vengono ingeriti con il pascolo ed espulsi in parte con il letame. Trasferire bestiame bovino su altri terreni e pascoli lontani, nutrirlo con altri foraggi può causare problemi digestivi agli animali, se nei rumini non ci sono i batteri autoctoni adatti al processo metabolico. Il ruminante è quindi in simbiosi con il terreno che li produce, con i vegetali che vi crescono e di cui si nutre, i quali ritornano al suolo in ciclo perenne come il più potente fertilizzante naturale.

In quel terreno, i foraggi sono per questi animali non solo più appetibili ed odorosi, ma anche più nutrienti e a vantaggio della loro salute. La buona erba e il buon fieno si avvertono nel gusto e colore del latte, del burro e del formaggio, nella qualità delle carni. In quel prato rivoltato con facilità dalla zappa o dall’aratro crescono un frumento grasso che fa profumare il pane ed ortaggi, legumi, frutta, sani e ricchi di sostanza e sapore.

I letami degli altri erbivori monogastrici, mammiferi ed uccelli come gallinacei e colombi, in sinergia con quelli dei ruminanti, sono gli altri concimi organici creati da Madre Natura, ricchi di azoto, fosforo, potassio e altri elementi minerali immediatamente assimilabili dalle piante i quali nulla hanno di inferiore a quelli chimici inorganici, che non servono a nulla se non a fare i profitti delle industrie petrolchimiche che li producono, al pari di diserbanti e fitofarmaci vari, con grande spreco di energia fossile ed elettrica, nonché di risorse naturali finite come gli idrocarburi fossili.

Un terreno ben dotato di humus fertile nell’ambito di un fondo agricolo a ciclo chiuso di bestiame e rotazioni, di sementi e piante autoprodotte ed adattate al tipo di suolo, non ha bisogno di tutte queste porcherie chimiche, il letame è la medicina della terra.

Alberto Grosoli

 

 
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Di questo e simili temi se ne parlerà a Vignola (Mo) durante l'Incontro Collettivo Ecologista del 22 e 23 giugno 2013 - Vedi bozza di programma:
http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.it/2012/12/premesse-per-lincontro-collettivo.html


22 febbraio 2013

Rete Olistica Adriatica - Presentazione a Pescara

2 marzo 2013 - Da Ancona a Pescara gettate le basi per la Rete Olistica Adriatica - Presentazione e Carta degli Intenti

 

 
Collage di  Vincenzo Toccaceli

 
Caro Paolo D'Arpini,  ti invio alcune informazioni sulla nascente Rete Olistica Adriatica che coordino. La presentazione ufficiale si svolgerà Sabato 2 Marzo, ore 17.30 c/o l' Auditorium del Quartiere Castellamare ( Viale Bovio, 466 - PESCARA ) a pochi metri da Piazza Duca degli Abruzzi.
 
Prevediamo una grande partecipazione da tutto l'Abruzzo e anche dalle Marche perché alcune realtà insistono nella zona di Ancona.
 
E' la prima volta che in Abruzzo, operatori olistici ( circa 40 ) e associazioni e centri studi (circa 20) che si occupano di consapevolezza e di benessere, di spiritualità e di crescita personale, si mettono insieme e decidono di dotarsi di strumenti, tipici di una rete, in uno spirito di reciproca collaborazione. L'intento è quello di promuovere con più efficacia le diverse discipline olistiche e porgerle all'attenzione di un più vasto pubblico.
 
Un abbraccio
 
Michele Meomartino


 

 
Programma per la presentazione della Rete Olistica Adriatica:

 
? Presentazione della Rete: Alberto LA MORGIA

 
?  Meditazione: Anna DE NIGRIS

 
? Relazioni: “Gli insegnamenti delle tradizioni spirituali all’alba del terzo millennio”
Mariagrazia LOPARDI e Biagio RUSSO

 
?  Meditazione: Cristina OMENETTI

 
? Performance “Vibrazioni delle Campane di cristallo”: Patrizia PRIMITERRA

 
? Coordinano: Attilio GIORDANO e Patrizio MINOLITI

 
Aperitivo Finale

 
Sabato 2 Marzo, ore 17.30
Sala conferenza – Circoscrizione Castellammare
Viale Bovio, 466 – PESCARA

 
Ingresso Libero – Info: 393.2362091 – 392.8163351 – 329.9526075

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Adesione alla Rete Olistica Adriatica
 

 

 
Aderisco alle Rete Olistica Adriatica e mi unisco a quanti in uno spirito di condivisione e di servizio, di tolleranza e di apertura, si impegnano a creare quelle condizioni che potrebbero favorire una maggiore crescita spirituale, una più matura consapevolezza olistica e un più diffuso ed equo benessere per tutti.
Inoltre, attraverso l’uso di strumenti condivisi, mi rendo disponibile ad individuare e verificare possibili e auspicabili sinergie in un’ottica di mutua reciprocità, nei tempi e nei modi da concordare e nel rispetto dei percorsi di ciascuno.
Infine, confido che da un impegno comune, onesto e sincero, ognuno per la propria parte, si possa contribuire a costruire una nuova umanità, più ricca di relazioni e di cura, più giusta e solidale, più libera e responsabile, più gioiosa e amorevole.

Scrivere a: Michele Meomartino - michelemeomartino@tiscali.it


22 febbraio 2013

Bioregionalismo, riabitare nel luogo in cui si è

Cocreazione economico artistica esoterica fantasiosa

 


Cara Umanità Splendente vi chiedo umilmente di leggere questa nota di viaggio...

Mi è costato molto scriverla dopo che in maniera sempre piu lampante ho constatato l effetto ingolfante che ha su di me internet e i monitor in generale... stiamo costruendo un tepee noi, un piccolo clan della grande tribù del pianeta, per riabitare il territorio nazionale come villaggio espanso nel Ri Regno: ove non è il dove, ma il come si vive, e si percepisce l'universale Consapevolezza che fluisce nel pianeta... sapendo che ogni informazione modifica la coscienza, e che ogni presa di coscienza personale, interagisce con l'intelligenza collettiva... a titolo di stimolo (informazione) per darci coraggio  di riprendere un Autentico viaggio da un altro punto di vista...

Vi informiamo di questa indagine della Salvavanguardia che è giunta ad un opportuna osservazione.

Ma prima una premessa: L umanità da piu punti del mondo sta vivendo uno spontaneo Rinascisenso, quindi Spontaneasente vi dico è necessario Ri creare come già avviene per l'agricoltura, una cultura collante tra l'Arte e la quotidianità della gente....per una civiltà che si riconosca per quel che si è, e la fonte è la comunicazione nella sua Orale tradizione che oggi può essere innovazione. 

Anche se ora entrerò in contraddizione e per questo sarebbe bello stampare questa nota... è consigliabile spegnere i monitor che corrispondono in analogia metaforica alla farina bianca 00 (come più o meno sanno) che causa malattia al nostro organismo, altrettanto l' utilizzo accentuato del computer , agisce sulla nostra capacità comunicativa reale. (in una discussione si è giunti a dire, di usare internet il telefono etc. per le informazioni non per le relazioni ma questo e ancora tutto discutibile) 

Quindi è necessario accendere la Te visione ,chiarirsi con se stessi  uscire fuori e riallacciare il Dialogo faccia a faccia con  gli altri intorno, Riaprire il confronto sul "cambio di paradigmi", e Ristabilire la coocreazione della Visione più Alta(Visione più alta: in cui corpo anima e spirito come azione parola e pensiero, come ventre cuore e mente si allineano al fiume come sorgente fonte e foce) 

Per far scorrere nel quotidiano il flusso dell esistenza, in reciprocità viva di scambio di vibrazioni con il tutto. Questo ci da la forza di avere fiducia nell'invisibile, di percepire del vuoto l' equilibrio del cosmo  che attraverso l' etere richiama le informazioni di cui abbiamo bisogno,per acquisire sempre più padronanza di conoscenze olistiche.. che si materializzano in una segno della natura, nella voce di un amico nell'incontro con un libro o in una pura intuizione...

Credi in Crea la tecnologia piu grande che è stata creata è l'Essere umano nella sua complessità di corpi visibili e invisibili capace di realizzarsi e entrare in sintonia con il cosmo, certo che l universo va in una direzione piena di sapienza.Siamo già tutti connessi ri-cordiamocelo mettendo i piedi nudi su un prato o quando si pensa ad un amico e dopo poco lo si incontra...Siamo potere energia poesia, fonte di cocreazione parti libere espresse di creazione....e per la legge di Risonanza basta esser 100 a vivere una nuova esperienze che poi si propaga ovunque nel mondo...

 SiAmo giunti all'opportuna osservazione : ci sono tre grandi MoviSenti già Esistenti che fusi son ancor più potenti la Sovranità Alimentare, Sovranità Personale, e il Riabitare.. la combustione di queste...

Il percorso è l'autocertificazione di sovranità dell'Essere Umano come Abitante pacifico in risonanza armonica con le leggi universali per fare circolare e rigenerare le energie della salute per la propria serenità e la Cura del pianeta. Rivalutando il capitale relazionale, naturale, culturale e artistico verso una direzione di equilibrio dinamico e di consapevolezza si genera un valore umano aggiunto. 

E' possibile, quindi, invertire i paradigmi economici con i Beni relazionali (passaggio da oggetti a soggetti) in cui l'incontro genera possibilità ed opportunità di spostare capacità e risorse umane e ambientali per un autosufficienza e un auto-produzione. Ottimizzando la ridistribuzione dell'accumulo materiale si alimenta la sensibilità e l'empatia con le persone ristabilendo rapporti di fiducia e durevolezza basati sull'integrità personale.....

Questo genera lo scambio di autenticità della qualità della vita permettendo la garanzia partecipata di ciascuno ad un processo culturale di una co-creazione sociale dell'intelligenza collettiva che rende obsoleto lo stile di vita attuale  con un Opera  di viTa 
all'unisono con lEsistenza...

Quindi l'esperiSènso...avendo letto si Amo in contatto quindi si puo dialogare  attraverso la TeVisione e approfondire gli Argomenti... o dirli a chi non li conosce... per coocreare da piu parti lo stimolo la trasmissione... cosciente della nuova informazione di dimensione..... mi allontano dal pc.... ci sentiamo per via Etere tramite il Senti Sento... buon viaggio


Economia Poetica <info.radio.sat@gmail.com




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21 febbraio 2013

Memoria psicosomatica e psicostorica del luogo

Calcata - Memoria psicosomatica e psicostorica del luogo (prima dell'avvento umano ed anche dopo)

 

Calcata fra le nebbie

 
Spesso quando ancora abitavo nell'antico borgo raccontavo la storia  di Calcata agli amici che venivano a trovarmi,  non potendo far a meno di imbrogliarli, mi inventavo varie storielle attinte alla mia fantasia. Io le chiamo “psicostorie”…  ma a dire il vero non sono totalmente invenzioni della mia fervida mente immaginativa. Le  mie narrazioni facevano  riferimento a qualche fatto realmente accaduto, più che “bugie”  potrei definirle “visioni dall’inconscio”.
Allora, dovete sapere, e  ciò sta scritto persino nei depliants del Parco del Treja, che l’acrocoro di Calcata fu scavato dal paleotevere, cioè Calcata era un’isola, come oggi lo è l’isola Tiberina, del fiume Tevere  che migliaia di anni fa scorreva proprio in questa valle. La valle del Treja  dovrebbe chiamarsi “valle del Tevere” ma a causa di un terremoto o più probabilmente di un’eruzione  dei vulcani Sabatini, il Tevere cambiò corso (passando dall’altro lato del monte Soratte) e Calcata rimasta quasi all’asciutto  divenne l’impervia rocca che oggi conosciamo. 
Chissà cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così… molto probabilmente quell’isola che funse da volano per la nascita di Roma, ovvero l’isola Tiberina (che ricordiamolo era l’ultimo attracco e guado possibile prima che il Tevere confluisse nel Tirreno), avrebbe potuto essere la nostra Calcata e chiamarsi “Arx” (Arca), giacché  –ricordiamolo ancora-  i Falisci che fondarono quest’Arca di Luce che divenne Calcata, parlavano il latino, anzi sono gli unici e veri “latini” che abitavano tutta la bassa valle del Tevere sino ai sette colli di Roma. Altri “latini” non esistono né sono mai esistiti, la  cosiddetta patria dei Latini  Albalonga è una bufala storica tanto per creare confusione sulla nascita di Roma,  come la leggenda dell’arrivo di Enea. 
Insomma all’inizio c’erano solo i Falisci, tribù indoeuropee, che parlavano falisco (cioè il latino) e che convivevano con altre tribù consanguinee sabine e sannite. Anche i cosiddetti Etruschi erano essi stessi  più o meno della stessa etnia e basta,   anch’essi genti italiche indoeuropee dal punto di vista etnico ma che avevano assunto i modi e la lingua di popolazioni anatoliche che giunsero sulle sponde tirreniche, ne più ne meno come avvenne per i Cartaginesi i quali massimamente non erano altro che nord africani che avevano appreso i costumi e l’idioma fenicio (ma non prendete queste mie affermazioni come oro colato…). Se ragioniamo bene scopriamo che questo egualmente avvenne per le popolazioni del Danubio (Dacia) che oggi chiamiamo “Romania”, i rumeni  non sono altro che  gli abitanti originari di quell’area che  assunsero la lingua e la cultura romana. 

Insomma i Falisci sono i veri “Romani” originari  e solo in seguito si tese a differenziarli in falisci, falisci capenati, latini ed infine romani.  In verità sono i Falisci stessi che fondarono Roma, rinunciando all’etnia originaria  assumendo una nuova identità giuridica e culturale. E c’è un’evidenza storica che avvalora questa ipotesi giacché i Falisci e la loro civilizzazione risale al villanoviano mentre Roma fu fondata solo nel 700 a.C.
La storia leggendaria della fondazione di Roma non è altro che il rifacimento della storia di  Fescennium, la mitica  prima città falisca, che l’archeologo inglese  G. Potter, non impregnato di “romanismo”, scoprì  durante i suoi scavi   a Narce, Pizzopiede e Montelisanti, tre colline che circondano Calcata,  nucleo portante della prima città policentrica “Arx”. Lo stesso processo fondativo, dopo molti secoli,   avvenne sui famosi “sette colli” della città poi chiamata eterna.  
Ma, qui ritorno alla psicostoria, la “città eterna”  (se il Tevere non avesse cambiato il suo corso)  avrebbe  potuto essere Arx  -ovvero Narce-  (che è una storpiatura di Arx). Arrivo al dunque,  ecco come ho immaginato questa trama….. 
 
 

 
Calcata e Roma fra storia e psicostoria. 
Ci sono due modi per osservare: dall’interno e dall’esterno. L’uomo si trova al centro dell’universo ed osserva il mondo che lo circonda ma, a sua volta, è osservato dal mondo. In che modo si svolge questo gioco? Ogni volta che rivolgiamo l’attenzione alle cose che ci stanno attorno stiamo osservando il mondo ed ogni volta che passiamo all’introspezione è l’universo nella sua interezza che osserva noi. 
Questo passatempo può avvenire solo attraverso la coscienza,  infatti è solo tramite  la “consapevolezza” che è possibile osservare colui che osserva. Per contemplare, appurato che è questa la qualifica essenziale della coscienza, occorre sempre un oggetto. Questo oggetto, o meglio il riflesso dell’immagine, è percepito nella mente. Essa ci permette di parlare e discutere, di presupporre ed inventare, di criticare e di accettare, ma è solo per mezzo di questa “parentesi” che è possibile circoscrivere e visualizzare quel che ci interessa.
 
Nel presente caso la storia che si dipana dalla coscienza è quella dei due modi di vedere. Due possibili destini a confronto. Per convenienza potremmo chiamarli “io e tu” e visto che son due possiamo anche dargli un sesso, allora diciamo che “io” è il maschio ed il “tu”  in quanto altro, diviene femmina. Dico così non certo per maschilismo, soltanto perché nell’io c’è la qualità della penetrazione e dell’approfondimento, mentre nel tu c’è la vastità dell’accoglienza di ciò che deve essere conosciuto. In realtà “l’oggetto” non si stanca mai di essere osservato dal “soggetto” che, a sua volta, non fa altro che inventarsi nuovi metodi d’osservazione. 
Nessuna meraviglia quindi, che l’oggetto sia  spesso identificato con l’Universo intero, ovvero tutto ciò che esiste ed è conoscibile, mentre il “soggetto” (come un indomito ed infaticabile esploratore) si affanna continuamente a cercare diverse visuali e prospettive di investigazione. Ecco qual’è lo scopo dell’insaziabile penetratore dell’anima. 
Per tagliar corto, vi dirò che stavolta l’oggetto esaminato ha la forma di un uccello. Questo uccello è una rondine che si lascia seguire dallo sguardo. Essa è figlia di una figlia di una figlia… dalla figlia di una rondine antica che volò su questa valle, la stessa di quando le rondini non avevano ancora un nome e non c’era nessun uomo ad osservarle. Non di meno la valle era viva. L’acqua di un grande fiume, che allora era il Tevere, aveva già scavato ed eroso le sue forre. Le pareti di tufo erano ricoperte di lecci, aceri, carpini e querce ed il fiume scorreva orgoglioso fra le gole delle tre colline, quelle che avrebbero dovuto ospitare. nei piani del giocatore originario, la sede di una futura civilizzazione: la città Faro di luce, la mitica Arx.
Le tre colline erano già levigate e gonfie di vegetazione e di vita, gli animali vi pascolavano felici e la proto-rondine le sorvolava, proprio come sta facendo la nostra rondine di oggi. Ma a quella sua lontana progenitrice sarebbe toccato di assistere ad un avvenimento che era destinato a cambiare la storia di quest’angolo di mondo. Uno degli ultimi vulcani attivi dell’apparato sabatino si risvegliò: la violenza dei suoi schizzi di cenere, fumo e lapilli oscurò il cielo. La terra tremò, le bocche  vulcaniche eruttarono valanghe di lava, la quieta valle si spaccò, si fendette si accartocciò. Per chilometri e chilometri la proto-rondine non riusciva a trovare riparo. Il fiume
ribolliva, le acque straripate non riuscivano più a cogliere l’alveo in cui riposare e continuare il percorso verso il mare.
Solo il monte Soratte, gigante di pietra, si ergeva in mezzo al marasma infernale, anch’esso sembrava tremare alla furia del fuoco ma rimase saldo, ebbe pietà di quell’uccello impaurito e del fiume sperduto ed offrì ad entrambi un fianco. Così fu che il Tevere cambiò il suo corso. 
E fu così che Roma venne poi fondata sui sette colli mentre le tre colline ospitarono una piccolissima “Arx”, cioè Narce, che diverrà poi Calcata, è rimase un minuscolo angolo di paradiso. Ora che, attraverso questa particolare “osservazione” spazio-temporale,  ho raccontato il suo segreto la rondine sembra volersi vendicare gettandosi su di me, per tema che io  tradisca la sua storia, ma voi avete già capito (e se non vi rimando all’inizio del racconto) che non deve essere mai, mai, mai…
 
Paolo D'Arpini

Vedo, vedo... stravedo!


20 febbraio 2013

Mercatino bioregionale a Frascati

Frascati, 22 febbraio 2013 - Mercatino contadino dei Castelli Romani

 


Cari amici, una bella novità:
Venerdì 22 febbraio Inaugurazione  a FRASCATI in via di Grotte Portella, 12 (area bar Dolce Amaro e asilo Checco Draghetto, zona Tor vergata)
del Mercato Contadino dei Castelli Romani con il patrocinio della Provincia di Roma, Coltivendo, il Parco dei Castelli Romani e dell'Orto Botanico Università di Tor Vergata - dove sarà possibile acquistare prodotti freschi e di qualità a km0: pane fragrante di Lariano e di Veroli, frutta e verdura appena raccolte, carni genuine di Artena, mozzarelle di bufala, formaggi di capra (anche la famosa Marzolina presidio Slow Food) di pecora, mucca (freschi e stagionati), miele, cioccolata dei trappisti, marmellate, olio extra vergine della campagna romana e della Sabina, vino, fiori e piante e...saponi artigianali!  

Alle ore 12 degustazione di crema di ceci azienda Di Pietro Antica Macina di Capena, vino igt San Nilo az. Biologica Capodarco di Grottaferrata, verrà donata la pasta madre e una borsa di tela per ricordarci di non sprecare la plastica.

Si svolgerà tutti i venerdì e per diffondere il più possibile la novità, inizialmente dalle ore 8 fino alle 17,30.

 
Mercato contadino dei castelli romani Coltivendo
Buon Cibo!



Ass.Consorzio APS km.0




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19 febbraio 2013

Dall'Emilia alle Marche, viaggio di due galline salvate dal macello…

Caterina Regazzi: “La storia di Ciccì e Coccò, due galline salvate dal macello…”

 

Caterina Regazzi da bambina che piange vicino ad una gallina che deve essere uccisa per il pranzo


 

Qualche mese fa ho coronato un piccolo sogno: acquistare la parte di orto di Treia che era dei vicini e così oggi possiamo pensare di utilizzarlo liberamente ed integralmente.
Un piccolo grande problema di questo orto è la massiccia infestazione da lumache. Dico “infestazione”, ma le lumache lì sono a casa loro, dove sono sempre state e quindi….diciamo allora, “presenza”.
Mia nonna e mia madre, le lumache, anche se solo occasionalmente, le mangiavano; ricordo di una volta che io ero in vacanza a Treia e le andammo anche a cercare nei campi, poi le facemmo “spurgare” per un paio di giorni nella farina e poi saranno state cucinate… Spero di non far inorridire i vegetariani stretti o i vegani, ma l’equilibrio dell’ambiente naturale si basa anche su questi sistemi e sicuramente i nostri progenitori si cibavano abbondantemente di piccoli animali come questi, così come fanno ricci, galline ed altri animali frugiviri od onnivori.
E proprio pensando a che tipo di “lotta biologica” si poteva mettere in atto contro le nostre lumache, pena l’impossibilità di coltivare alcunchè, senza veder bucherellate tutte le foglie commestibili come è stato finora nel nostro pezzetto, a Paolo è venuto in mente che potevamo ospitare, magari temporaneamente, nel nostro orto una o due galline. Mi sarebbe piaciuto anche avere dei ricci, li ho già avuti tempo fa, in gabbia, e sono animali molto simpatici ed estremamente vitali e ghiotti di lumache, che mangiano sgranocchiandole con tutto il guscio, ma i ricci non si trovano comunemente e facilmente, escono di notte e non è semplicissimo catturarli.
E così abbiamo deciso: che galline siano! Inizialmente avevamo pensato ad una singola gallina, ma la signora Adele dell’allevamento di ovaiole in batteria (con gabbie modificate) che conosco, mi aveva consigliato di prenderne due, perché, mi aveva detto “una da sola si intristisce e potrebbe anche morire!” E abbiamo anche pensato (veramente io non ero tanto d’accordo) di prendere proprio due galline di batteria, magari a fine carriera per ridare la libertà a due esserini destinati di lì a poco, ad essere macellati e a vivere fino alla fine del periodo di allevamento, in gabbia. Ma, per una gallina, vissuta sempre per la sua pur breve vita, in gabbia, si, ma con la pappa pronta ed al calduccio, la libertà è una cosa che vale la pena sperimentare e vivere?
L’orto è abbastanza grande, praticamente incolto, pieno di erbe commestibili, lumache, terra e tericcio, sassolini, con una piccola integrazione di pane secco sbriciolato, farine raccattate qua e là e magari un po’ di granturco spezzato non dovrebbero aver problemi. Un problema potrebbe esserlo la temperatura esterna: siamo a metà febbraio, la primavera è ancora lontana, lo sbalzo di temperatura è notevole. Strada facendo, mentre arrivavamo a Treia guardavo gli orti lungo la strada e ho visto diverse galline e altro pollame all’aperto, ma quelle sono galline ruspanti, abituate a vivere all’aperto, e ben felici di questa situazione. Chissà se le nostre galline saranno contente e riusciranno ad adattarsi…. ho pensato.
Sabato mattina, io e Paolo, prima di prendere l’autostrada siamo passati all’allevamento, la signora Adele ci ha portato nel capannone e con fare lesto e svelto ha alzato uno dei lati della prima gabbia e ha afferrato per le zampe le due galline più vicine. Ce le ha messe in una scatola, ben chiusa, ma con alcune aperture per lasciar passare aria a sufficienza, perché non si liberassero a svolazzare per la macchina. Tre ore e mezza di viaggio non sono poche ed ero anche un po’ preoccupata…. Non soffriranno il mal d’auto? Non avranno paura di questa nuova esperienza?
Arrivati a Treia un po’ stanchi ed affamati abbiamo lasciato le nostre cocche dentro la scatola in una stanza tranquilla e silenziosa ed abbiamo velocemente pranzato.
Poi abbiamo “assemblato” un piccolo riparo con alcune cassette da frutta, da posizionare nell’orto dove ci sembrava più opportuno, l’abbiamo sistemato sul posto e siamo andati a prendere le galline. Abbiamo dovuto tagliar loro un po’ di penne delle ali per evitare che oltrepassino la recinzione che non è molto alta. Insomma, per farla breve, le abbiamo messe dentro al riparo e abbiamo aspettato per vedere il loro comportamento. Sono rimaste per un po’ dentro, un po’ indecise sul da farsi, guardandosi intorno come fanno le galline, muovendo la testa e girando lo sguardo qua e là. Poi, piano piano, prima una e poi l’altra, sono uscite ed hanno cominciato ad esplorare una piccolissima zona circostante e a dare qualche beccata qua e là, sul terreno. Avevamo anche predisposto una pentolaccia vecchia con l’acqua e un po’ di cibo in una vaschetta di alluminio, ma non sembravano affatto interessate. Le abbiamo momentaneamente abbandonate augurando loro e a noi stessi che si trovassero a loro agio in questo ambiente nuovo per loro.
Al mattino seguente mi sono alzata di soprassalto dal letto avendo sentito un co-co-co-co!!!!!! inusuale, mi sono affacciata alla finestra ed ho visto un gatto scuro e ben nutrito che correva a tutta velocità su per la scala che porta giù nell’orto e poi per il vicolo ed ho pensato “speriamo bene!”, poi mi sono alzata, vestita e scesa giù a controllare, con molta apprensione, la situazione.
Vicino, ma non dentro al riparo c’era una delle due sorelle, ma nessuna traccia dell’altra…. sigh! Ma non c’erano penne in giro ed ho pensato che un gatto non poteva aver fatto fuori e portata via una gallina… forse qualcuno le aveva viste ed era venuto a “fare spesa”. Pazienza, ma non sembrava proprio un buon inizio. Poi……. mi volto dalla parte opposta verso l’altra estremità dell’orto e vedo spuntare tra gli arbusti… il piumaggio arancione dell’altra….. Che felicità! Sono andata subito ad vedere cosa stesse facendo e stava raspando una zona con delle frasche che sembrava già un nido e in mezzo alle frasche cosa ti vedo? Un meraviglioso uovo, grande, pulito e con un bel guscio sano, che naturalmente ho preso ringraziandone l’autrice, piena di commozione.
Insomma per il momento sembra che tutto vada per il meglio, la libertà acquisita, inaspettatamente, forse neanche immaginata e per questo non desiderata, se la sono trovata così fra capo e collo; speriamo che la sappiano apprezzare e riescano ad adattarsi alle nuove condizioni. Del resto, come giustamente dice Paolo, gli uccelli vivono anche sempre all’aperto, in natura, non hanno né riparo né pappa pronta.
La libertà è un valore tanto sbandierato, ma questa esperienza insegna, nel suo piccolo, che a volte per vivere a pieno la libertà bisogna rinunciare a qualche sicurezza e bisogna guadagnarsela con spirito di adattamento a situazioni inusuali, per noi cresciuti in un periodo di benessere che ci è stato concesso senza alcuna fatica.
Avendo superato la prima notte abbiamo così provveduto a “battezzarle”: Ciccì e Coccò, Ciccì è quella più smilza e meno intraprendente, Coccò più grossa e più “esploratrice”.
Benvenute, Ciccì e Coccò!
 
Caterina Regazzi

Referente Rapporto Uomo Animali della R.B.I.



 

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